Salvare vite umane
Questa la priorità

Intervento militare mascherato o support logistico e tecnico alla guardia costiera? La missione navale in Libia decisa dal governo e il dibattito che ne è scaturito in Parlamento rischia di farci perdere di vista il suo principale scopo, che è quello di sconfiggere i trafficanti, non farli partire e in ultima istanza di salvare vite umane. La missione dovrebbe arrivare a respingere le imbarcazioni dei mercanti di uomini dentro il territorio libico, dimezzando gli sbarchi. Ma nessuno ci sta a pensare. È una «distrazione» piuttosto diffusa, in questi giorni di solleone estivo. Si fa un gran parlare di indebolimento dell’Italia in politica estera, della necessità di riaffermare il suo ruolo nel Mediterraneo, di isolamento internazionale e di sovranità. Persino l’ex premier e presidente della Commissione europea Prodi ha parlato di riaffermazione del ruolo del nostro Paese in Europa, scaduto a «crocerossina d’Europa» (“anche un topo ha il suo orgoglio”, ha commentato).

Salvare vite umane Questa la priorità

Tutto vero, l’egoismo degli Stati dell’Unioni, al di là dei proclami di facciata (come quello in occasione dell’anniversario dei Trattati di Roma), sta facendo naufragare il sogno europeo, più delle conseguenze dell’euro in politica economica: ma i problemi umanitari, i naufragi nel Mare Nostrum, non si possono nascondere o addirittura dimenticare sotto le increspature della politica estera. I nostri occhi sono puntati sul «grande gioco» libico, sulle regole d’ingaggio delle nostre navi militari, sul ruolo di mediazione tra i governi di Al Serray e Haftar e soprattutto sugli sgambetti di Macron, che interpreta implacabile come tutti I suoi predecessori il ruolo della Francia in chiave sovranista e di «grandeur». Ci brucia lo sgarbo dell’Eliseo al vertice tra i due presidenti di Parigi. Sgarbo che fa il paio con l’inaudito atteggiamento nella vicenda Fincantieri-Stx. Si riattizza la vecchia polemica con i cugini d’Oltralpe. «Ai francesi il petrolio, a noi i barconi», gridava ieri dagli scranni della Camera il deputato del Movimento Cinque Stelle Di Battista.

Il «mal di Libia» si aggiunge alle polemiche sul rifiuto di undici Ong su tredici di accettare il codice di condotta predisposto dal governo italiano e il sequestro di una nave sospettata di contatti con i trafficanti. Si strumentalizzano le eccezioni facendole diventare una regola e si dimentica l’impegno umanitario delle Ong nel voler salvare vite umane, uomini, vecchi, donne e bambini, al di là degli abusi (ma persino la procura di Trapani ha sottolineato che non si tratta di contatti a fini di lucro, ma noi ormai abbiamo trasformato tutte le Ong in organizzazioni conniventi con i trafficanti, non gente che salva vite volontariamente con coraggio e dedizione).

Abbiamo sempre in bocca la Costituzione ma abbiamo smarrito l’articolo dieci che ci impone di assistere i rifugiati politici e i rifugiati di guerra richiedenti asilo.

C’è troppa retorica, troppa strumentalizzazione, sulla pelle dei migranti, da una parte e dall’altra. Non dobbiamo confondere il punto di partenza, la prospettiva necessaria ad interpretare ciò che sta accadendo. Il Mediterraneo continua ad essere un grande cimitero a cielo aperto: dal 2013 sono naufragate 15 mila persone secondo I dati ufficiali e Dio sa quanti sono sfuggiti ai censimenti della morte, inghiottiti per sempre dai flutti.

Dall’inizio dell’anno, secondo l’Organizzazione internazionale migrazioni, ci sono già state 2.100 vittime, di cui 220 bambini. Pochi giorni fa altri 8 morti e 375 persone salvate. La strage degli innocenti continua e noi discettiamo e ci azzuffiamo sulle grandi manovre nel Canale di Sicilia. Le nostre navi hanno salvato centinaia di migliaia di vite e oggi stanno per andare in missione per fermare il traffico di uomini, la grande tragedia del nostro tempo. A meno di non voler consegnare il nostro Paese all’età oscura della barbarie e dell’indifferenza.

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