Sanremo, voce dell’italiano medio

Sanremo, voce
dell’italiano medio

Son tutte belle le mamme del mondo, mamma Rai è anche un po’ cinica. Carlo Conti era stato bollato come il paladino della medietà, l’anti divo, l’italiano medio che si prende la ribalta con il suo grigio normalizzante, rassicurante, affatto pruriginoso, privo di segni particolari salvo il viso tostato dalla lampada, insomma il normale che sconfina nel banale. Sembrava il profeta di un piccolo mondo antico che tutti ricordiamo con nostalgia.

Il suo Sanremo era un Piave, trincea ai terremoti culturali. I suoi pilastri: la tradizione più forte delle novità, la musica al centro di tutto, la famiglia che si ritrova unita guardando il Festival tutti insieme. L’anno scorso aveva accolto sul palco dell’Ariston la famiglia Anania – padre, madre e 16 figli – e l’ultima sera (che coincideva con San Valentino) festeggiò i coniugi Manenti, sposati da 65 anni, 65 come le edizioni del festival. Tentativo evidente, per non dire spudorato, di sovrapporre fino all’identificazione lo spettacolo al target.

Ieri sera Carlo Conti, il figlio perfettino di mamma Rai, il Re Mida dell’Auditel, per macinare ascolti si è sintonizzato sul fuso orario Cirinnà e ha allungato le mani sull’infuocato dibattito politico offrendo il palcoscenico a Elton John. Pop star non di primo pelo ma ancora di livello assoluto, anche e non incidentalmente icona dei diritti gay, da sempre in prima fila per i diritti delle coppie omosessuali e padre di due figli con Furnish avuti da una madre surrogata.

In realtà poi sul palco la pop star (evocata ad ogni piè sospinto da Virginia -Ferilli ) non ha fatto nulla per far gridare allo scandalo. Ha emozionato tutti cantando «Your song» e poi parlando della sua vita: «Non pensavo che il mio viaggio sarebbe durato così tanto, non avrei mai pensato di diventare papà, di avere la vita che ho avuto, è stato tutto molto positivo».

Ma intanto il giochino aveva funzionato, la miccia era stata accesa, la canea scatenata, e per giorni i politici a corto di idee avevano cavalcato l’onda per sfruttare il ritorno d’immagine. Sembrava che l’Italia non aspettasse altro, divisa in due, guelfi e ghibellini, Coppi o Bartali, per qualcuno Elton John era un ospite inopportuno, per altri il castigatore del perbenismo più ipocrita.

Impossibile, comunque, ieri sera, tenere fuori la politica dal palco dell’Ariston. Sul microfono di Noemi, e nelle mani di Enrico Ruggeri e Arisa, nastri colorati in sostegno al movimento dei diritti dei gay. Schierati come Laura Pausini, che al termine della sua esibizione ha incitato: «Se siamo simili siamo tutti uguali e dobbiamo proteggerci, non dividerci».

Impossibile, ieri sera, guardando Carlo Conti, non pensare a un altro italiano medio, dalla leggerezza un po’ triste e un conformismo quasi patologico: Checco Zalone. Più furbo che bello, vile e furbetto, ma sempre nei limiti della buona educazione, non proprio coraggioso, però mai viscido come Alberto Sordi, che infatti non ha mai fatto gli incassi del pugliese. Quali sono le due ossessioni di Checco? Il posto fisso e il mammismo. Affettivamente e sentimentalmente precario, Zalone dà volto al ritardo culturale di un’Italietta che si sogna global ma si sveglia renziana, tenuta ai margini dell’Europa che conta.

Carlo Conti non è Checco Zalone, ma come il comico offre agli italiani uno specchio in cui riconoscersi. Sapremo oggi se ha ripetuto il miracolo degli ascolti, intanto va registrato che nella retorica un po’ farlocca della società di massa Sanremo si conferma snodo fondamentale, luogo catodico di incroci stilistici, sorta di agorà del partito-nazione. Mostra quel che si agita dentro la pancia di un Paese malconcio, desideri e ossessioni, orizzonti modaioli e transiti ideologici. In fondo, le canzoni sono sempre al loro posto, non esattamente al centro della festa, solo una su cento resterà nella memoria, figuriamoci nella storia. Ma non importa, va bene, va bene così. Grazie dei fiori, a prescindere.


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