Se finiscono i tempi del 40 per cento

Se finiscono i tempi
del 40 per cento

Quanto è lontano il tempo in cui Matteo Renzi innalzava il «suo» Pd a superare il 40% dei voti e addirittura toccava un record inviolato dal 1958! A solo un anno da quel trionfo, il presidente del Consiglio già non sembra più lui, già scolora la figura del «rottamatore», di colui che è in grado, da solo, di trascinare l’Italia verso il futuro sbaraccando le vecchie impalcature di caste e corporazioni, partiti, sindacati, magistrati, consiglieri di Stato, insegnanti e burocrati, cacicchi e feudatari, ammodernando un Paese invecchiato nell’accidia e risvegliando le sue forze vitali.

«Noi andiamo avanti, non ci fermeranno!». E tutto grazie a quel numeretto magico: 40% che faceva da scudo e che proteggeva Renzi da qualunque attacco, a cominciare da quelli dei suoi compagni di partito che sognavano e sognano di giorno e di notte il momento magico in cui finalmente azzoppare per l’ennesima volta il leader del centrosinistra. «Siete il Pd del 25%, quello che perde e rosica, quello delle vecchie correnti e delle lotte personali!» alzava la voce il giovane premier forte di quei 15 punti in più di voti raccolti rispetto al predecessore Bersani, difensore di una Ditta post comunista sepolta dal renzismo rampante.

Bene, quel 40% non c’è più. Le amministrative, primo e secondo turno, lo hanno spazzato via, più come idea che come somma di voti. Magari tornerà prima o poi ma per ora si è volatilizzato. E se non c’è quello scudo, Renzi è improvvidamente debole. E se è debole lui, lo è tutto il governo che da lui dipende, che lui ha voluto rappresentare in solitudine – Interni, Esteri, Economia, tutto - come one man show. La debolezza del governo mette immediatamente a rischio l’intero cantiere: la riforma del Senato e delle Regioni, l’abolizione definitiva delle Province, le riforme del fisco, della pubblica amministrazione, della giustizia civile, della Rai. Tutte cose ancora da compiere, ancora ferme nelle aule parlamentari tra molte ostilità dentro e fuori il Pd. E infatti già ieri arrivavano voci di un rallentamento della scuola in commissione, di un improvviso impantanamento della Rai, ecc.

Ma perché questa sconfitta? Vallo a sapere. Noi per ora possiamo mettere in fila i fenomeni: la ripresa economica che arriva ma ancora non si sente, la paura che invece si sente benissimo, magari troppo, per l’invasione dei profughi «con la scabbia», e poi l’Europa che non ci si fila e la Francia che ci sbatte le porte in faccia, la Merkel che non ci invita alle riunioni sulla Grecia, lo scandalo di Roma tra ladroni, mafiosi e sindaci incapaci, scandalo che si somma a quello veneziano, al tira-e-molla sul governatore della Campania De Luca, all’improbabilità di un governatore come il siciliano Crocetta, alle liste della Bindi sugli «impresentabili», e via dicendo.

La Liguria l’hanno voluta perdere per forza i nemici piddini di Renzi, quelli della sinistra, sabotando la candidata ufficiale del partito e infischiandosene di consegnare così la regione a Forza Italia e alla Lega pur di schiaffeggiare l’odiato leader. Ma a Venezia ha perso uno di «loro», uno della sinistra, anzi un magistrato antirenziano come Felice Casson, sponsorizzato da Marco Travaglio e da Rosy Bindi. Quindi, come si vede nessuno dentro il Partito democratico può far festa.

Chi si avvantaggia di questa sconfitta di Renzi? La Lega, soprattutto, Forza Italia che stava sotto la tenda ad ossigeno e invece torna a respirare, il Movimento Cinque Stelle che conquista il secondo posto e vince in cinque ballottaggi su cinque (cinque su 68, sia chiaro). Tutti contro il Pd: deve stare attento Renzi, perché è proprio questo il meccanismo che la sua riforma elettorale, l’Italicum, rischia di attivare, e sai che dolori sarebbero.


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