Se i genitori diventano gli avvocati dei figli

Se i genitori diventano
gli avvocati dei figli

Ventidue ragazzini sospesi perché sorpresi a filmare e fotografare i loro insegnanti durante le lezioni. E soprattutto sorpresi a diffondere quelle immagini via Whatsapp, condendole con commenti ironici. Una parte dei genitori sono però scesi in campo per protestare contro l’eccessiva severità del provvedimento: sono «minorenni» e quella punizione li avrebbe traumatizzati. È quello che è accaduto alla scuola media Mario Costa di San Francesco al Campo nel Torinese.

Nulla di speciale. Perché è facile immaginare che, con il dilagare degli smartphone, fare bravate di questo tipo sia più facile che non farle. Ma il canovaccio della Mario Costa contiene un passaggio in più: vale a dire la reazione del corpo insegnante, in difesa non tanto di sé stessi («erano anche belle foto», ha commentato spiritosamente una di loro), quanto dell’istituzione scuola. Se ci sono regole vanno rispettate. Non solo: va rispettata l’autorità di chi sta sulla cattedra. Un principio che è un cardine di qualsiasi dinamica di insegnamento e apprendimento. Il fatto che i ragazzini fossero piccoli, e quindi inconsapevoli di quello che stavano combinando, non può essere accampato a giustificazione. Meglio chiarir le cose prima, che trovarsi poi con gli anni di fronte a vizi consolidati e difficilmente estirpabili.

L’episodio di San Francesco al Campo poi propone un altro tema. Quello dell’atteggiamento dei genitori, che si trasformano in avvocati dei loro figli. È un fenomeno sempre più diffuso, e che davvero deve farci pensare. Come ce lo si spiega? Perché i genitori di oggi si atteggiano nei confronti dei figli in modo opposto rispetto a genitori di ieri? Ci possono essere tante risposte. Anche la bassa natalità c’entra. Famiglie di figli unici tendono ad essere istintivamente più protettive, a difendere a priori quell’unico o unica erede. C’è poi il fattore delle aspettative riposte nei figli: genitori che nella vita non hanno realizzato i loro sogni per mancanza di condizioni o per mancanza di coraggio, finiscono con il caricare di aspettative i loro figli. Lo si vede, ad esempio, nello spirito competitivo con cui i ragazzini vengono lanciati nelle attività sportive: il tasso di litigiosità sui campetti di calcio è molto più alto ai bordi del campo che non nel campo stesso. I genitori sono spesso più bambini dei bambini.

Il figlio viene visto un po’ come la carta della fortuna, un «gratta e vinci» vivente da cui sperare la svolta per la propria vita. L’uscita da una frustrazione che attanaglia. Ovviamente questa è una lettura un po’ caricaturale del rapporto genitori e figli nelle famiglie di oggi, ma aiuta rendere l’idea di come stanno le cose.

Quando entra in campo la scuola, quello strano e a volte un po’ insano equilibrio che regola le dinamiche tra genitori e figli va in corto circuito. La scuola, con tutti i suoi limiti e le sue fatiche, è infatti la pietra d’inciampo. Il fattore che riporta alla necessità delle regole, dei doveri, del lavoro, dei meriti. Non a caso Massimo Recalcati nel suo bel libro «L’ora di lezione» diceva che l’insegnamento è «l’arte dell’inciampo», attraverso cui la scuola produce la propria autorevolezza. C’è augurarsi che la scuola sappia mantenere sempre questa sua funzione, magari scomoda, di richiamo alla realtà. Continui ad essere un inciampo per i ragazzi, per aiutarli così a uscire da quella culla di sogni improbabili che i genitori troppo spesso allestiscono per loro. I ragazzini sospesi di San Francesco al Campo forse hanno pianto una volta tornati a casa. Ma avranno avuto modo di capire che su quella cattedra c’è qualcuno che va rispettato. I genitori possono solo essere grati.


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