Se la Grecia piange l’Italia non ride

Se la Grecia piange
l’Italia non ride

L’uscita della Grecia dall’euro pone interrogativi inquietanti anche per noi italiani. Da quelli più banali (i miei investimenti sono al sicuro?) a quelli più catastrofici (dopo la Grecia toccherà anche all’Italia, già «de facto» fallita, come dice Beppe Grillo e come vaticina minaccioso Varoufakis?).

È chiaro che tutto il sistema dei mercati finanziari, sempre molto sensibili alle turbolenze politiche, riceverà uno scossone, così come ha accusato il colpo nei giorni scorsi aumentando la volatilità man mano che si addensavano le nubi nere di Grexit all’orizzonte. Sono molti i privati italiani che ancora posseggono nel loro portafogli titoli ellenici e potrebbero essere tentati di cederli, prima che finiscano per valere carta straccia.

Ma ci saranno conseguenze anche sul debito pubblico italiano? Qualche timore c’è, anche se recentemente il ministro dell’Economia Padoan giura di no, assicurando che «l’area euro si è enormemente rafforzata, e anche i Paesi che avevano un debito più elevato ora sono più solidi».

Ma il primo rischio riguarda naturalmente lo stesso denaro che la Grecia deve all’Italia, direttamente (mediante prestiti della Banca d’Italia basati su accordi bilaterali) e indirettamente, attraverso il contributo italiano ai fondi europei «salva Stati», cui la Grecia ha attinto a profusione, e in qualità di azionisti della Bce, detentrice di buona parte del debito ellenico. In tutto, si calcola, circa 65 miliardi di euro. È chiaro che attualmente il Paese non è in grado di restituirceli. Anzi, è più probabile che ce li restituisca se rimane dentro l’euro.

È anche possibile che lo choc dell’uscita dal sistema monetario di Atene porterebbe - per il rischio di debolezza dei debiti pubblici degli Stati dell’Unione - al rialzo dei tassi d’interesse dei titoli di Stato dell’intera Eurozona, Italia compresa, con maggiori costi e conseguenze sull’avanzo primario del Paese, cioè al netto della spese degli interessi, che significa meno risorse a disposizione.

Un rialzo stimato di due punti porterebbe a maggiori oneri per quattro miliardi di euro. Dove li prenderemo visto che già sul Governo pendono altre tegole, tipo lo sblocco dell’indicizzazione degli stipendi degli statali e il pagamento di parte degli arretrati dovuti alla mancata rivalutazione delle pensioni, come ha stabilito la Consulta? Con nuove tasse?

Forse ci proteggerà il Quantitative easing della Banca centrale europea, che significa l’acquisto della Bce dei titoli di Stato sul mercato secondario. Questa maxi operazione, per la legge classica della domanda e dell’offerta, dovrebbe contribuire a mantenere i tassi di interesse stabili, ma non è detto che l’antidoto funzioni, o funzioni a lungo.

Vi sono poi conseguenze dirette legate alla nostra economia reale, ad esempio le difficoltà cui andrebbero inevitabilmente incontro le nostre aziende esportatrici in Grecia, o quelle che hanno commesse in quel Paese. È chiaro che il quadro di Atene è devastante e porterebbe a un impoverimento generale, con difficoltà crescenti nel pagare o nell’onorare i propri debiti. Il passaggio alla dracma sortirebbe una svalutazione immediata della moneta, fino al 50 per cento (e questo spiega le fila ai bancomat e la chiusura annunciata elle banche greche, timorose che i depositi vengano ritirati e messi sotto il materasso).

Fare le vacanze nel Peloponneso o nelle isole dovrebbe in teoria essere più conveniente, così come acquistare casa da quelle parti. Ma non è assolutamente detto che la cosa sia automatica, perché laddove la domanda del turismo non presentasse problemi, la rivalutazione degli immobili e dei servizi delle vacanze, dalla ristorazione agli alberghi, sarebbe quasi immediata.

La verità, come ha detto recentemente Mario Draghi, è che con l’uscita della Grecia dall’euro entriamo in territori inesplorati.


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