Se la politica fosse  come una partita

Se la politica fosse
come una partita

Francia-Belgio. La partita di calcio semifinale dei mondiali 2018 non è (stata) soltanto una partita di calcio. È una affermazione scontata, questa. Ma non tanto. Prendo la cartina geografica. Appena al di qua del confine franco-belga si trova la cittadina di Charleville. Lì, nel 1854, nasce Arthur Rimbaud, il genio poetico, l’incredibile adolescente, il ribelle, uno dei padri della poesia moderna. Al di là del confine, a Bruxelles, avverrà il celebre incidente in cui Verlaine, il poeta amico e amante, ferisce Rimbaud con un colpo di rivoltella. Verlaine verrà condannato e incarcerato. Un’altra memoria letteraria «di confine», molto diversa e molto più recente, è quella di Marguerite Yourcenar. Nasce a Bruxelles nel 1903, vive lungamente a Parigi. Sarà la prima donna a entrare nella prestigiosa Académie Française.

Ma la Yourcenar non dimenticherà mai le sue radici belghe. In «Care memorie» ricostruirà la storia della sua famiglia materna, in «Archivi del Nord» quella paterna: una straordinaria epopea della Fiandre attraverso l’epopea di una famiglia. Di queste figure nate al di là della frontiera e finite al di qua o viceversa, se ne potrebbero citare a decine. Certo gli sportivi che si appassioneranno (che si sono appassionati) allo scontro delle due squadre non penseranno (non hanno pensato) di sicuro alla Yourcenar o a Rimbaud. Ma la storia «nobile» della letteratura sta sulla sfondo della storia sanguigna di una partita di calcio. Le due storie sono lì e si può – si deve – tentare di pensarle insieme.

E poi non c’è solo la letteratura. Se si va a vedere una qualsiasi cronologia ci si imbatte in vicende storiche tragiche che hanno toccato i due Paesi. Leggo in Wikipedia: 1794-1814: Conquista del Belgio da parte dei francesi e sua annessione all’Impero napoleonico. Poi, subito dopo: 1814: La caduta dell’Impero napoleonico provoca la creazione di un Regno dei Paesi Bassi (ex Province Unite, Paesi Bassi belgi, ex principato di Liegi) governato da Guglielmo I d’Orange (1815). Poi, ancora, 1830: Proclamazione dell’indipendenza del Belgio, che diviene una monarchia costituzionale ed ereditaria. Suoni di guerra riecheggiano, di nuovo, in tempi vicini a noi. 1940-1944: occupazione tedesca del Belgio, al termine della campagna di Francia, durante la Seconda guerra mondiale.

Insomma anche la storia di quei due Paesi, come tutte le storie, è stata toccata dalla guerra e dalla violenza. Per cui lo scontro di oggi è stato sì uno scontro, una guerra, ma, ancora una volta, molto ampiamente simbolica. La guerra di altri tempi è diventata una partita di calcio. Con una caratteristica preziosa. I due Paesi, in quello scontro, si sono trovati uniti, ciascuno dietro la propria «squadra». Il Belgio ha dimenticato il suo congenito bilinguismo, francese e fiammingo, e la Francia ha messo da parte tutti gli scontri politici, vicini e lontani. Con la semifinale dei Mondiali i francesi sono stati tutti soltanto francesi e i belgi tutti soltanto belgi.

Sicché il calcio, anche stavolta, è apparso un evento «ecumenico» che unisce, diverso dalla politica che è invece una attività che divide. Il gioco è poco politico, la politica ha poco del gioco. E così, dopo la partita i belgi torneranno alle loro divisioni e la politica francese ai suoi scontri.

Ma resteranno, non certo le memorie lontane di Rimbaud e della Yourcenar, ma quelle vicine di una partita, dove vince chi sa «fare squadra». E si può tornare a sognare come sarebbe straordinariamente bello se la politica potesse essere vissuta come una partita di calcio, dove si vince perché tutti assumono il proprio ruolo e tutti sanno fare squadra: facendo bene quello che si deve fare e usufruendo fino in fondo di quello che fanno gli altri.


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