Se si uccide mamma per un Iphone

Se si uccide mamma
per un Iphone

Ci sono voluti cinque mesi di indagine per avere la conferma di quella che era un’ipotesi troppo crudele per essere vera: il 25 maggio scorso ad uccidere l’infermiera di 44 anni nella sua casa di Melito Porto Salvo, a pochi chilometri da Reggio Calabria, è stata la figlia di 17 anni. Sono caduti tutti gli ultimi dubbi, compresi quelli del movente: la mamma aveva messo in punizione la figlia per la cattiva condotta scolastica, togliendole smartphone e connessione internet.

Così la ragazza si è vendicata usando la pistola del padre poliziotto e mettendo poi in atto una messa in scena che agli inquirenti è apparsa subito poco credibile. Ovviamente un caso estremo come questo riaccende subito i riflettori sulle paure e sulle inquietudini che agitano migliaia di famiglie italiane: i ragazzi oggi vivono e comunicano in territori digitali che sono difficili da tenere sotto controllo e nei quali gli adulti, per ragioni generazionali, si muovono con molta minor disinvoltura. La sensazione è che ci sia un lato della vita quotidiana dei nostri figli imprendibile e quindi a priori preoccupante. Come sempre, il rischio è di perdere la misura dei fenomeni. Internet e i social non sono delle patologie, sono innanzitutto delle straordinarie opportunità a vantaggio di generazioni di giovani, penalizzate sotto mille altri fronti, a partire da quello del lavoro. Le statistiche dicono che, per i ragazzi, i social sono come l’aria che si respira, che sono sempre connessi, ma che sono sempre in movimento, in quanto, ad esempio, starebbero trasmigrando da Facebook verso gli Instant messaging, Whatsapp su tutti. Proprio questa continua evoluzione è la miglior garanzia perché internet e i social non si trasformino in una dipendenza o in una patologia.

Certamente di fronte a fenomeni così pervasivi i vecchi dispositivi educativi rischiano di rivelarsi inadeguati. E questo crea negli adulti una dimensione di insicurezza che si traduce a volte in atteggiamenti negativi a priori. Ad esempio la logica del castigo che è sempre stata uno dei pilastri di un rapporto sano e leale tra padri e figli, su questi nuovi orizzonti rischia di rivelarsi non solo inadeguata ma anche velleitaria. Per i ragazzi è gioco facile saltare i controlli degli adulti su terreni in cui hanno molta più agilità e competenze. Se i social sono come l’aria, l’uomo pur di respirare – in questo caso un ragazzo - è capace di inventarsi qualsiasi cosa…

In genere da parte del mondo adulto domina uno sguardi di disprezzo verso questo abuso digitale da parte dei ragazzi. Sguardi come quello un po’ schizzinoso di Umberto Eco che recentemente ha bollato come ignoranti i giovani colpevoli di troppo tempo dedicato a Internet. Probabilmente invece l’unica strategia intelligente è una strategia opposta, accettando il dato di fatto che internet per i giovani è un’opportunità. Stabilire un rapporto di fiducia con i ragazzi e con quello che per loro è pane quotidiano, è forse l’atteggiamento che meglio può aiutare ad affrontare anche le criticità.

Perché di criticità il digitale è pieno, dalla violenza alla pornografia, dalle chat a rischio adescamento sino al bullismo. Gli strumenti di protezione sono nella gran parte dei casi risibili e sempre in ritardo rispetto al susseguirsi delle novità. E qui scatta la paura di noi adulti, che ci sentiamo sulle sabbie mobili e in affanno nel decifrare quel che sta accadendo. L’indipendenza dei figli nel muoversi nel mondo digitale viene percepita come qualcosa che mina le sicurezze delle famiglie e induce a reazione drastiche. Invece non ci sono ricette, se non quella di sempre: lavorare con pazienza e con autorevolezza paterna a costruire rapporti di fiducia con i propri figli. I giovani hanno bisogno di padri, non di vigili.


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