Sgomberi e migranti
Priorità sicurezza

Lo si aspettava come un evento chiarificatore, se non risolutivo, dopo i drammatici fatti di via Curtatone. In realtà, il colloquio tra il sindaco di Roma Virginia Raggi (M5S) e il ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd) dedicato agli sgomberi degli immobili occupati abusivamente nella Capitale, oltre cento, si è concluso con un nulla di fatto. Certo, il comunicato finale parla di clima costruttivo e di utile scambio di idee ma quanto a fatti concreti siamo a zero.

Sgomberi e migranti Priorità sicurezza

Gli antefatti sono noti: qualche giorno fa la polizia ha sgomberato un grande palazzo (nei pressi della Stazione Termini, pieno centro della Capitale) occupato negli ultimi quattro anni da centinaia di migranti, molti dei quali rifugiati politici. In quell’occasione, quando la Polizia è stata criticata per la ruvidezza dello sgombero – avvenuta con gli idranti – ha provveduto ad informare che il vero colpevole di quella situazione era il Comune di Roma, accusandolo di essere privo di un qualunque piano di emergenza e addirittura fisicamente assente nel momento in cui avveniva uno sgombero così importante e difficile.

La Raggi era in vacanza e nessun assessore si è presentato. In quell’occasione il prefetto Gabrielli, capo della Polizia, attaccò la Raggi e il ministro Minniti fece sapere che non avrebbe più ordinato sgomberi di case occupate se non in presenza di un’alternativa abitativa trovata dai Comuni. La direttiva era uno schiaffo per via burocratica al Campidoglio che reagì come poté, giustificando la propria azione («a via Curtatone gli occupanti non ci hanno fatto entrare») e soprattutto reclamando la convocazione di un incontro urgente col ministro Minniti: un vertice. La cosa si è fatta ieri. Con i risultati che abbiamo detto.

La Raggi ha chiesto al Viminale che si mettano a disposizione dei senza casa le caserme dismesse; Minniti ha informato il primo cittadino della Capitale che sulle caserme non comanda lui ma il ministro della Difesa, vedrà la signora Pinotti se si può fare qualcosa ma certo – hanno malignamente precisato al Viminale – non in tempi brevi, non creda la Raggi di mettere diecimila persone laddove una volta i soldati marciavano, la cosa è complicata. Delusa dalla risposta, la Raggi ha rilanciato un’altra idea: lo Stato compri le case sfitte o invendute di Roma, pare che siano duecentomila, e le dia ai senzatetto. Niente da fare, se non altro perché costerebbe una cifra enorme e, anche qui, le cose non sarebbero certo semplici (si fa l’esproprio generalizzato?).

Esclusa anche la seconda ipotesi, Minniti ha chiuso la cartelletta e ha detto:«Va bene, faremo noi una direttiva sugli sgomberi e daremo indicazioni ai prefetti su come agire».

Nello stesso pomeriggio a Vicenza è stato sgomberato un albergo occupato da anni da un gruppo di rom, pieno di refurtiva e con dentro persino un pollaio. Non risulta dalle cronache che sia stata prima trovata un’alternativa per dare un letto ai nomadi, anzi due di loro sono stati denunciati e uno rimpatriato in Romania. Da questo episodio si capisce che il Viminale conta soprattutto su se stesso per cercare di sanare le situazioni più difficili: se arriverà l’aiuto dei Comuni bene, altrimenti qualcosa si farà.

Quel che preme al ministro Minniti è di andare a bonificare situazioni in cui si potrebbero nascondere potenziali pericoli per l’ordine pubblico: non tanto come i ladruncoli di Vicenza, quanto pensando a terroristi mimetizzati nella massa dei migranti, richiedenti asilo, ecc. È chiaro che il decisionismo del Viminale sul fronte sgomberi, dopo anni in cui si è preferito chiudere un occhio per non far scoppiare troppe polemiche, si spiega soprattutto con l’emergenza terrorismo.

Da Roma Minniti ha poco da aspettarsi: lì la questione abitativa affonda le radici nel Dopoguerra, c’è da sempre, e semmai negli ultimi dieci anni – tra immigrazione e crisi economica – si è aggravata: tanto è vero che sempre più numerose sono le persone che si vedono dormire sotto i ponti, nei parchi, persino sotto il colonnato di San Pietro. Un dramma umano e sociale che non poteva essere affrontato in un incontro di un’oretta tra il ministro e il sindaco ma che esigerebbe politiche abitative precise e parecchi soldi da spendere. Attualmente non si vedono all’orizzonte né le une né gli altri. Infatti molti eritrei di via Curtatone ancora dormono nei giardinetti sotto la loro ex «casa». A cento metri dalla imponente sede del Consiglio Superiore della Magistratura.

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