Spendere meno
spendere meglio

La notizia è di questi giorni: secondo un recente censimento, risalente al febbraio scorso, le auto blu nella pubblica amministrazione sono aumentate, nell’arco di un anno, di ben 8.791 unità, passando da 20.891 a 29.682. Un parco di mezzi particolarmente robusto, ai quali andrebbero sommati i circa 40.000 veicoli (utilizzati nel settore sanitario, dalle forze di polizia, dai servizi sociali e sanitari e da altre strutture pubbliche) che dal 2014 non vengono più censiti. Il panorama che ne emerge è tanto sorprendente (in negativo, ovviamente) da lasciare perplessi. E, infatti, alla base di un aumento così vistoso in un tempo tanto breve sembrano esserci alcuni disallineamenti nei dati pervenuti al Dipartimento della Funzione pubblica. Al netto di tale fattore – che, peraltro, getta più di qualche ombra sull’attendibilità delle cifre diffuse periodicamente, in settori diversi, da un apparato chiave dello Stato – resta l’immagine di un sistema pubblico che non riesce a dimagrire nei segmenti nei quali la scure del contenimento dei costi avrebbe dovuto produrre i risultati più incisivi.

In merito va fatta una distinzione di fondo tra auto di servizio, guidate dal dipendente che la usa per ragioni di lavoro, e auto blu, quelle con autista che si vedono sfrecciare quotidianamente specialmente nelle grandi città. È su queste ultime in particolare che si orienta l’irritazione dei cittadini ai quali sfugge la logica in base alla quale – se non esistono reali e gravi motivi di sicurezza – un sindaco, un assessore, un presidente di ente, debbano godere di un trattamento che ha tutte le sembianze di un inutile privilegio.

Il fenomeno sembra dilagare in primo luogo negli enti locali, in particolare al Centro-Sud. Il Comune di Oristano dispone di 20 auto blu (con autista), ben 32 ne circolano a Trapani. Per quanto riguarda le auto di servizio Torino surclassa tutti, perfino Roma, con 294 auto contro le (sole) 146 della capitale. L’oscar dello spreco sembra doversi attribuire al piccolo Comune di Roccasecca dei Volsci (in provincia di Latina) che dispone di 10 auto con autista. Cosa ne faranno? A cosa servono in un Comune di 1.153 abitanti? Le sperequazioni balzano agli occhi: come vengono spese le risorse pubbliche in quei Comuni a fronte di quelli nei quali – come è emerso in casi recenti in provincia di Bergamo – non ci sono impiegati a sufficienza per gestire i servizi di primaria importanza?

Sono queste le questioni concrete del buon governo del Belpaese. Di fronte ai fenomeni così eclatanti di cattivo uso delle risorse pubbliche il problema della spending rewiew passa, paradossalmente, in secondo piano rispetto a una questione più generale: il funzionamento delle pubbliche amministrazioni. Che risulta palesemente inadeguato a causa dell’inefficacia dei controlli. Occorrerebbe riflettere pacatamente ma seriamente sui guasti prodotti dal sistematico smantellamento del sistema di controlli con i quali le amministrazioni statali riuscivano ad avere il polso delle spese pubbliche nel loro complesso. Il dissesto finanziario accumulatosi nel settore sanitario dopo la regionalizzazione ne è un esempio clamoroso. L’autonomia finanziaria concessa ai comuni ha generato falle così vistose da far dubitare sulla bontà del percorso imboccato con la «devoluzione» attuata negli anni Novanta dello scorso secolo.

Le amministrazioni locali hanno sempre aspirato – in un Paese con una lunga trazione di governo comunale – a una vera autonomia. Ma i risultati rendono lecita una domanda: è questo lo scenario sognato da Marco Minghetti e da Carlo Cattaneo? Palesemente no. E le ragioni sono molteplici, ma su tutte spicca l’incapacità di far valere il principio aureo della responsabilità. Che riguarda gli aspetti amministrativi e contabili, ma prima ancora l’etica e la politica. Una marea di amministratori incapaci o avvezzi a cercare l’interesse personale invece di perseguire il bene pubblico ha inquinato il terreno dell’amministrazione locale. Con il rischio di disseccare anche le buone ragioni dell’autonomia. Sul sistema pubblico italiano, non da oggi, incombe una sorta di imperativo categorico. Spendere meno, ma soprattutto spendere meglio. Su tale versante i politici sono obbligati a dar prova delle loro qualità e i cittadini sono chiamati a esercitare un severo controllo civico.

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