Spesa pubblica I veri guasti

Spesa pubblica
I veri guasti

Il costo delle amministrazioni pubbliche alla ribalta. Come sempre nei momenti nei quali urge trovare soluzioni per quadrare il bilancio. Stavolta con un Governo all’affannosa ricerca di risorse finanziarie per tentare di chiudere la manovra di bilancio 2019 senza arrivare allo scontro frontale con l’Ue e alla conseguente «procedura di infrazione». È di questi giorni una coincidenza singolare tra azione di governo e stime di natura tecnica. Nel disegno di legge sulla manovra finanziaria la Lega ha presentato un emendamento che prevede una commissione di 5 esperti per affrontare il nodo della spesa pubblica; quasi contemporaneamente l’Osservatorio sulla spesa pubblica coordinato da Carlo Cottarelli ha diffuso uno studio che mostra il dilagare del numero dei dipendenti negli enti territoriali. Il problema esiste. E verrebbe da dire «siamo tutti coinvolti»; alcuni in quanto responsabili dei guasti, altri come partecipi, la collettività intera come luogo sul quale si scaricano l’onere finanziario e l’inefficienza del sistema pubblico.

Sull’idea di costituire una commissione sarebbe fin troppo facile fare dell’ironia, ricordando un motto famoso: «Quando non si sa cosa fare, si nomina una commissione». Si può riconoscere la buona volontà della proposta leghista; ma più realisticamente essa sembra la dimostrazione della palese incapacità di chi sta al governo di padroneggiare la questione (assai complessa, in verità) della spesa pubblica. Difficoltà che l’esecutivo ha provato ad addossare ai «tecnici», accusando la Ragioneria generale dello Stato di sabotare l’azione di governo. Si è trattato di una scelta miope e controproducente alla quale si cerca adesso di mettere «una pezza», che rischia di essere peggiore del buco. Non perché il gruppo di esperti che dovesse essere chiamato a fornire indicazioni si dimostri inadeguato, bensì per il rischio che le sue analisi vengano messe in un cassetto. I precedenti fanno tremare i polsi. Sulla spesa pubblica la commissione Giarda lavorò dal 1986 al 2003, fu poi il momento di Cottarelli e, successivamente, di Roberto Perotti e Yoram Gutgeld. Il loro lavoro ha fruttato montagne di carte, rispetto alle quali l’azione dei governi ha prodotto il topolino di misure del tutto irrilevanti.

Di fatto, la politica - di ogni colore - non riesce a migliorare il rendimento della pubblica amministrazione. Per Renzi era «la madre di tutte le riforme», ma non ha avuto figli. Di seguito effetti poco significativi. L’attuale governo non ha dato grandi segnali di novità, tranne un progetto sulla «concretezza» che non si è ancora concretizzato in nulla. All’origine della lunghissima lista di insuccessi vi è la carenza di conoscenza. Uno dei migliori conoscitori del funzionamento dell’amministrazione, Giovanni Vetritto, ha messo in luce alcune «leggende metropolitane» che circolano in argomento. Troppi dipendenti? Niente affatto, se confrontati con quelli di altri Paesi a noi comparabili. Pubblica amministrazione troppo costosa? Nemmeno questo, poiché la spesa per il personale si aggira sul 10% del Pil, in linea con Francia e Regno Unito. Insomma, i guasti sono altri. A pesare sulla qualità delle amministrazioni è, per prima cosa, l’irrazionale distribuzione del personale, sia sotto il profilo geografico, sia sotto quello funzionale. Esistono attività sotto e sovra dimensionate per numero di addetti; zone del Paese con troppi dipendenti e altre con numero insufficiente di personale. In questo panorama frastagliato le differenze tra gli enti territoriali sono macroscopiche, con Comuni strangolati dalla scarsezza di dipendenti e altri con aziende e altre strutture che gonfiano all’eccesso addetti e spesa pubblica. Altrettanto gravi l’irrilevante peso della valutazione dei risultati e la mancanza di controlli efficaci a sconfiggere fenomeni paradossali come l’assenteismo reiterato e le lungaggini irragionevoli delle procedure degli uffici. La Pubblica amministrazione continua a essere un «bosco ignoto e pauroso» sul quale occorrerebbe intervenire sulla base della conoscenza e non dei pregiudizi.


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