Stabilità e debito L’Europa ci guarda

Stabilità e debito
L’Europa ci guarda

L’Europa ci guarda. Eccome se ci guarda. Anche se con un misto di fatalismo e rassegnazione. I principali quotidiani europei, da «le Monde» al «Frankfurter Allgemeine», non si sono sorpresi più di tanto di fronte alla vittoria dei 5 Stelle e della Lega e alla sconfitta del Pd di Renzi. Molti considerano l’esito del 4 marzo come un revival in salsa italiana del trumpismo. C’era da aspettarselo insomma. Del resto la crisi della socialdemocrazia e della sinistra è percepibile in tutto il Vecchio Continente. Il problema è che, nonostante abbiano di molto affievolito la loro vocazione antieuropeista, soprattutto dopo il duro monito di Sergio Mattarella poche settimane prima delle elezioni, sui due vincitori delle consultazioni parlamentari pesa ancora molto un’ombra di euroscetticismo.

Ecco perché dal 34° piano dell’Eurotower Mario Draghi si mostra con i suoi collaboratori piuttosto preoccupato. E naturalmente le stesse preoccupazioni arrivano dagli eurocrati della Commissione europea. Il piano di immissione di moneta progettato e attuato dal governatore della Banca centrale per rivitalizzare l’economia europea sta per cessare e tutto avrebbe bisogno l’Italia che finire in una turbolenza finanziaria come quella che ha coinvolto gli inglesi con la Brexit, il referendum che ha decretato l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Va detto che, finora, non si vede all’orizzonte nulla di tutto questo e che i partiti usciti vincitori dalle elezioni sembrano in tutt’altre faccende affaccendati.

Anche le promesse fatte in campagna elettorale non promettono nulla di buono sulla principale preoccupazione di Bruxelles e di Francoforte nei confronti dell’Italia: il debito pubblico, il terzo più grande del mondo. Basta dare un’occhiata alla lista dei desideri. Il reddito di cittadinanza annunciato nel programma dei 5 Stelle costa non meno di 15 miliardi di euro l’anno. Quanto alla soppressione della legge Fornero, punto centrale della Lega, che la vuole cancellare completamente (almeno così ha detto Salvini in campagna elettorale), essa si aggira sui 140 miliardi. Lecito pensare che il già ipertrofico debito pubblico possa gonfiarsi a dismisura con tutte le conseguenze del caso, dalle sanzioni europee a una tempesta valutaria sui titoli di Stato non molto diversa da quella che aggredì il nostro Paese nel 2011 e portò alla formazione del governo di Mario Monti.

Il voto italiano secondo gli osservatori internazionali «perturba» i piani di riforma dell’Unione proclamati da Emmanuel Macron. Insieme all’ambizione di puntare su un’Europa «sovrana, unita e democratica» quale progetto attorno a cui ricostruire un diffuso consenso, il presidente francese, all’indomani della formazione del governo tedesco, ha annunciato anche molte idee di iniziative e misure concrete, disegnando un’Europa protagonista e proponendo un modello europeo di difesa e, più in prospettiva, una forza comune europea di intervento, con un bilancio comune per la difesa.

Sul fronte della gestione dei flussi migratori il disegno è quello di un’Europa solidale, da realizzare con la creazione di un Ufficio unico europeo per la gestione delle domande di asilo, ma anche con una polizia comune per il controllo delle frontiere, programmi di integrazione dei profughi e di rimpatrio dei migranti economici. Infine, un aumento sostanziale dei fondi per l’aiuto allo sviluppo, destinati ai Paesi di origine. Insomma, un’immigrazione meno selvaggia ma certamente non una chiusura delle frontiere come nel programma leghista.

Vi è poi il problema dell’ingovernabilità. Non può certo giovare al Paese un lungo periodo senza un timoniere, proprio ora in cui la ripresa economica si fa più accentuata.


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