Stipendi Rai, l’ipocrisia del pressing politico

Stipendi Rai, l’ipocrisia
del pressing politico

Il vespaio di polemiche sugli stipendi Rai scoppiato pochi minuti dopo che l’azienda aveva deciso di rendere noti i compensi dei top manager sopra i 200 mila euro era ampiamente prevedibile. In un Paese dove la disoccupazione è al 12%, per non parlare di quella giovanile, vedere che in un’azienda pubblica, in piena spending review, esistono mega stipendi ben oltre la soglia dei 200 mila euro (lo 0,7% del totale dei dipendenti dell’azienda), spesso oltre la soglia massima, che è quella dei giudici della Consulta (250 mila), ben oltre il salario del Capo dello Stato, può suscitare un moto di sdegno.

Naturalmente il mondo della politica ci si è buttato a pesce, stracciandosi le vesti, spesso senza chiedersi da che pulpito viene la predica visto che le indennità dei politici italiani sono le più alte d’Europa e il tanto vituperato vitalizio continua ad essere percepito anche dai rappresentanti di questa legislatura.

Ma tant’è: le cifre, in alcuni casi, fanno rabbrividire trattandosi di un’azienda di Stato. E i brividi aumentano se pensiamo che alcuni dirigenti (non solo quelli di cui si parla) sono «in sonno»: percepiscono stipendio ma fanno poco o nulla, in alcuni casi non passano nemmeno in ufficio, utilizzando l’azienda come «cash dispenser»: è uno dei frutti della lottizzazione selvaggia di cui è stata oggetto la Rai negli ultimi decenni. I dirigenti, giornalisti compresi, erano come i palinsesti televisivi: molti venivano assunti dal potere in voga per essere accantonati, a volte annullati, e cedere il passo ad un’altra tornata di assunzioni per assecondare la nuova lottizzazione. Anche se erano bravi, dovevano cedere le responsabilità, ma non la qualifica e lo stipendio. Erano destinati ad affollare il «cimitero degli eleganti», come veniva definito il parco «trombati» dell’azienda pubblica. Dove si trovano, a detta di chi ha già ispezionato le liste, nomi di conduttori, manager e giornalisti di cui si era persa la memoria. L’azienda replica dichiarando orgogliosamente che chi vale merita uno stipendio adeguato e che gli stipendi sono «in linea con la mediana del mercato» e per il top management anche «significativamente inferiore: in media del 15%». Un’altra indagine interna, riportano dalla Rai, rivela anche che «dal 2012 a oggi il costo della retribuzione dei dirigenti è sceso del 5%, quello dei dirigenti giornalisti del 6,4%». Bontà loro, in un settore, come quello delle comunicazioni, che è in crisi strutturale e che vede ondate di cassintegrati, contratti di solidarietà e licenziati.

In realtà la Rai da decenni non riesce a venir fuori da un combinato disposto, croce e delizia di tutti i suoi guai: è da sempre un ente di Stato, ma ha finalità che attengono al mercato privato. Non può essere ceduta poiché - secondo una visione che risale al Dopoguerra - l’informazione deve essere garantita come l’acqua, l’energia, l’elettricità e altri servizi essenziali (peraltro ormai privatizzati), ma deve vedersela con le Tv private che affollano il mercato. Il simbolo di questo paradosso è il doppio sistema di sovvenzionamento: la Rai è finanziata dal canone - che è una tassa - ma anche dalla pubblicità. Gli spot e le sponsorizzazioni la obbligano a creare programmi «nazionalpopolari», non sempre in linea con le finalità dell’ente, in grado di competere con i privati (altrimenti la pubblicità non arriva).

Anche il suo personale risente di questo dualismo: nonostante abbia 13 mila dipendenti, la Rai spesso deve dare la realizzazione di programmi in outsourcing, assumere professionisti o consulenti «esterni» senza naturalmente un concorso pubblico, come imporrebbe la pubblica amministrazione, adeguarsi alle retribuzioni di mercato. Ma poiché siamo pur sempre nella pubblica amministrazione, quando i dipendenti vengono accantonati, per esempio con la lottizzazione, questi non vengono di certo licenziati, ma conservano (super) qualifica e stipendio, anche se non hanno più mercato. È la pubblica amministrazione, bellezza. Dunque la prima cosa da fare dovrebbe essere quella di far almeno rientrare in gioco i dirigenti ai margini dell’azienda. Come? Cominciamo ad abolire la lottizzazione, ovvero il controllo diretto della Rai da parte del mondo politico.


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