Strage del treno
Giustizia ingiusta

Viene proprio da chiedersi se mai arriverà un giorno nel quale non dovremo più scandalizzarci per il funzionamento del nostro sistema giudiziario. Ma questa è una domanda scontata poiché gli italiani se la fanno da troppo tempo: troppo spesso il risvolto giudiziario dei fatti di cronaca appare lontano dalla sensibilità comune, anche di quella - beninteso - che chiede verità e giustizia, non vendetta; che esige giusto processo e giusta pena, non la legge del taglione.

Lo sconcerto è grave quando si assiste alla scarcerazione dopo solo un anno di detenzione di un efferato assassino, ma è letale per le istituzioni quando accade qualcosa che per l’ennesima volta ricopre d’ombra i grandi misteri della nostra storia recente, quelli che hanno insanguinato la convivenza degli italiani mettendo a rischio l’ordinata vita civile della Repubblica: parliamo delle stragi, di cui in trenta, quarant’anni abbiamo conosciuto solo pochi ambigui brandelli di verità in un carosello macabro di fallimenti e rinvii a data da destinarsi.

Una tra le più efferate delle stragi fu quella del Rapido 904 nel 1984: 16 morti e 260 feriti massacrati all’antivigilia di Natale, era domenica sera, dall’esplosione di una bomba nascosta nello scompartimento del treno Napoli-Milano mentre percorreva la grande galleria appenninica, coincidenza studiata per fare più morti possibile. Una strage di terrorismo mafioso, su questo almeno non c’è più dubbio. Ma per accertare definitivamente chi fu il mandante di quella strage mafiosa, oggi che siamo nel 2017, a distanza cioè di trentuno anni (!) da allora, abbiamo saputo che il processo d’appello dovrà ricominciare daccapo. Perché? Perché il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Firenze, dottor Salvatore Giardina, in ottobre andrà in pensione, e siccome da qui ad allora il collegio non potrà fare di nuovo tutto il dibattimento (come prevede la riforma del codice di procedura penale quando l’appello è contro un proscioglimento) si rinvia tutto «a data da destinarsi». E sapete chi è il prosciolto il cui processo d’appello dovrà ora ricominciare da zero? Si chiama Totò Riina. È lui che la direzione antimafia di Napoli e la Procura dal 2014 hanno individuato come il mandante della strage. Ricorderete che nel 1984 eravamo nel pieno della strategia stragista dei mafiosi guidati da Totò «u’ curtu» messa in campo per bloccare le iniziative giudiziarie e investigative che lo Stato aveva finalmente avviato. Totò ordinava le stragi per cercare di intimidire lo Stato che, un anno dopo, a Palermo avrebbe celebrato il maxi processo istruito da Giovanni Falcone.

Della strage di Natale, come è stata chiamata perché colpiva vigliaccamente gente che all’antivigilia della festa tornavano a casa per le feste, un lungo processo negli anni ‘80-‘90 aveva già individuato e condannato all’ergastolo gli esecutori materiali: il boss Pippò Calò, cassiere delle cosche palermitane e fedelissimo di Riina, più un camorrista di medio livello e un altro paio di criminali di basso rango. Le condanne di quel processo – annullate in Cassazione dal giudice Carnevale ma poi confermate da un altro collegio giudicante – avevano messo in luce il solito intreccio politico-criminale tipico di quegli anni: i capi della mafia, gli esecutori della camorra, più estremisti neo-fascisti, piduisti e membri della banda della Magliana: c’era di mezzo anche Massimo Carminati, per intenderci, insieme a Giusva Fioravanti e al deputato missino Abbatangelo, poi assolto dal reato di strage. Ma il processo non riuscì a andare oltre l’individuazione dei manovali (ad un paio di imputati assolti pensò la camorra a chiudere la bocca per sempre). Ci si riprovò parecchi anni dopo, su iniziativa della Dda di Napoli, puntando diritti a Riina, unico accusato di essere il mandante della strage del 1984. In primo grado Riina fu assolto, poi ci fu l’appello, ed è di questo che stiamo parlando. Appello ora rinviato a chissà quando per via della pensione del dottor Giardina: nel frattempo si è discusso persino di mandare Riina a casa per fargli concludere i suoi giorni nella quiete domestica.

Il rinvio sine die per un motivo che sarà pure giustificato da leggi, codici e codicilli e giuridicamente anche inappuntabile (benché il ministro Orlando abbia chiesto una relazione che chiarisca il perché e il per come), è in realtà del tutto incomprensibile agli italiani per bene che osservano la scena e vedono frustrata la loro speranza di uno Stato all’altezza, e non accartocciato intorno alle sue fragilità.

Ci voleva un colpo di reni per chiudere il processo e consegnare alla storia una volta per tutte la verità su quella strage con il nome e il cognome di chi la ideò e la perseguì con assassina freddezza. Sarebbe stato un risultato positivo, nonostante l’enorme ritardo. E invece è arrivato il rinvio. Lo sapete che i sedici morti e i duecentossessanta feriti di quella strage non hanno mai ricevuto una lira dallo Stato come risarcimento per la loro drammatica sorte e segno che l’Italia sta dalla loro parte?

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