Strappo sul clima,  l’autogol di Trump

Strappo sul clima,
l’autogol di Trump

Usa e getta. L’uomo del Cambiamento, mantenendo con coerenza il suo manifesto elettorale, sbatte la porta e conduce per mano il suo Paese fuori dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Nulla di sorprendente, ma certamente una decisione che dà uno scossone importante a quello che si potrebbe definire il «Piano Marshall per salvare il Pianeta». Almeno così gran parte della comunità scientifica e dell’opinione pubblica considera l’Accordo, costruito faticosamente dopo anni di conferenze internazionali che presero il via nel 1992 a Rio de Janeiro in Brasile.

Dietro il tema dei cambiamenti climatici, come è facile capire, si muove una corposa e ricca economia, sorretta da una industria che, in questi anni si è posta, pur a fasi alterne e fortemente condizionata dalle politiche di incentivazione conseguenti agli Accordi internazionali e all’azione pionieristica dell’Unione europea, come uno dei pochi motori di sviluppo e di innovazione nel bel mezzo della perdurante crisi economica. Proprio per ragioni evidenti di politica economica ed industriale, Cina e Stati Uniti, i due principali Paesi al mondo in termini di quantità di emissioni di gas climalteranti, avevano fatto ingresso nel novero dei Paesi firmatari dell’Accordo, segnando così il loro impegno concreto nei processi di sostituzione delle fonti fossili con le fonti energetiche rinnovabili e nella promozione dell’efficienza energetica su tutti i fronti, solo per citare le due leve più rilevanti nella lotta alla riduzione delle emissioni di CO2. Una scelta che, nei due Paesi, aveva dato ancor più sostanza ad un processo di conversione dell’industria e dell’economia nazionale verso le cosiddette «tecnologie pulite» (cuore pulsante della «green economy»), favorendo la nascita (o il consolidamento) di alcune centinaia di migliaia di posti di lavoro e dando nuova linfa anche alle industrie più tradizionali del settore petrolifero, nel frattempo opportunamente entrate anche nel campo delle rinnovabili.

Trump trova già in casa propria un degno avversario a questa decisa virata all’indietro sui temi ambientali. La California del Governatore Jerry Brown, raccogliendo i fasti ecologisti del repubblicano Schwarzenegger, antesignano dell’impegno californiano nella lotta ai cambiamenti climatici, ha da pochissimo approvato i suoi nuovi obiettivi: tutta l’elettricità prodotta nel 2045 nello Stato dovrà provenire da fonti energetiche rinnovabili. Ma non si tratta solo della «solita California», come dicono i detrattori delle politiche di lotta ai cambiamenti climatici. Altri 7 Stati, proprio con la California, si sono impegnati a far circolare tra pochi anni (nel 2025, ormai dietro l’angolo) oltre 3 milioni di veicoli elettrici. In California l’insieme delle politiche per il clima si è dato l’ambizione, secondo i programmi del Governo, di ridurre del 40% le emissioni di gas climalteranti entro il 2030, allineandosi così alla strategia dell’Unione europea. Se spostiamo lo sguardo oltre il Paese a stelle e strisce (dove peraltro in questi ultimi anni, certo soprattutto a causa della crisi economica, il modo di consumare energia, se non di sprecarla, ha cambiato decisamente rotta) troviamo un po’ ovunque una economia ed un sistema finanziario proiettati negli investimenti sulle rinnovabili e sulle tecnologie pulite. Di certo però la preannunciata svolta di Trump sulle politiche per il clima – solo uno, sia pur significativo, dei passi di discontinuità che il neo Presidente ha già affermato rispetto alle amministrazioni Obama – richiama tutti a non eccedere nell’atteggiamento ideologico verso i temi ambientali e a privilegiare la concretezza verso investimenti che siano non solo efficaci (ogni dollaro o ogni euro speso per l’ambiente dovrebbe produrre valore sociale ed economico oltre che centrare l’obiettivo ambientale). In quest’ottica appunto i principali avversari di Trump su questo fronte saranno gli stessi Stati che costituiscono la Federazione di cui è a capo. Sono gli Stati a determinare in concreto le scelte in questo ambito e lo fanno a suon di leggi. E certamente l’economia americana si prepara ad indebolirsi su un fronte oggi diventato strategico per tutti i Paesi emergenti (India e Brasile in testa) e per gran parte del mondo. Un mondo dove ormai «consumare meno e consumare meglio» non è più uno slogan, ma una vera necessità.


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