Svuotata la legge sulla concorrenza

Svuotata la legge
sulla concorrenza

Proprio nei giorni in cui, in nome della concorrenza violata, parte, destinazione Google, una multa di 2,4 miliardi comminata dall’Europa (quella che sta sempre dalla parte della finanza e delle multinazionali…), in Italia la legge sulla concorrenza farà un altro giro turistico al Senato, viaggiando ormai verso 1.000 giorni di dibattiti e modifiche. E pensare che c’è una legge del 2009 che obbligherebbe a fare ogni anno un correttivo pro concorrenza, e non è mai stata rispettata.

Il problema è ormai diventato politico, dopo che Matteo Renzi, il capo del Governo che aveva varato il primo testo nel 2015, ha deciso di togliere visibilità al suo ex pupillo Carlo Calenda (lo aveva persino nominato ambasciatore a Bruxelles), che vuole fortemente questa legge, ma ha fatto l’errore di avere idee diverse sul tema elezioni anticipate.

Lungo un percorso pluriennale, la legge ha intanto perso tanti di quei pezzi, che forse ora non ha neanche più significato. E al Senato già dicono che vogliono concentrarsi su pochi punti (altro giro alla Camera?). Basti dire che era partita con 32 articoli, oggi diventati 74 dopo 204 modifiche, non perché si siano aggiunti nuovi settori da liberalizzare, ma semplicemente per dar spazio ad eccezioni su vari temi, talora modificati fino a diventare quasi un semplice titolo.

Dopo questi anni di continui pentimenti, alcune partite sono praticamente già perse, ed erano importanti: quella dei taxi, perennemente condizionata dal ricatto dello sciopero, quella dei farmaci di classe C, quella delle liberalizzazioni di alcune professioni.

Per di più, con interventi fulminei, fuori dal solco di questa legge lumaca, sono arrivati colpetti della Magistratura, che ha prima bloccato poi sbloccato Uber, e qualche voto di fiducia che ad esempio ha messo nuovamente un’ipoteca sull’esistenza di Flixbus (le corriere low cost a lunga percorrenza), o ha fatto saltare al 2019 il superamento definitivo della costosa opzione delle bollette elettriche a maggior tutela, milioni di utenze. Per non parlare dell’infinito rinvio della Bolkeistein, norma europea di vecchia data che «pretende» di mettere periodicamente a gara le concessioni pubbliche, visto ad esempio che le spiagge sono un bene demaniale e non possono essere usucapite da privati, per di più sempre gli stessi. Nell’ultimo giro, sono arrivate altre quattro modifiche, tutte nel senso del depotenziamento. Per fare solo un esempio: eliminato il divieto di far scattare automaticamente il rinnovo dell’assicurazione danni, piccola conquista dei consumatori con le Compagnie costrette – vigente il divieto – a far condizioni migliori per riprendersi il cliente, anziché garantirlo in automatico. Svuotata man mano, è oggi diventata la legge del poco meglio di niente. Eppure le questioni sono tante, tutte di stretto interesse per il cittadino, sempre troppo debole – però – di fronte alle corporazioni organizzate.

Basta scorrere l’elenco degli argomenti toccati. C’è un po’ di tutto: una specie di catalogo delle materie che appesantite da vari orpelli frenano lo sviluppo economico: assicurazioni, banche, fondi pensione, telefonia, telemarketing, carburanti, energia, professioni, farmacie, dentisti, turismo, poste, trasporti.

E non si tratta solo di questioni di principio, cioè di una specie di accademia astratta su quanto sarebbe più dinamica un’economia più libera e competitiva. Anche in questa versione dimagrita, la legge potrebbe infatti incidere su una parte almeno dei risultati che l’Osservatorio liberalizzazioni si attende dalla concorrenza: circa un punto di PIL in più per il triennio, un impulso ai consumi del 4,1%, agli investimenti del 3,7%, e ai salari reali dell’1,66%, dando soprattutto concretezza ai bei discorsi che si fanno sempre sulla necessità di semplificare i bardamenti dell’economia italiana.

Il Renzi che aveva varato il provvedimento iniziale era ancora un Renzi rottamatore, che non guardava in faccia a nessuno, disposto a scontrarsi con lobby e associazioni, ma il tema evidentemente non porta fortuna.

Prima è saltata la proponente Ministra Guidi (ricordate? Presunti scandali alla vigilia dell’inutile referendum trivelle, poi archiviati), e ora è in difficoltà Carlo Calenda, destinatario – da quando si è parlato di lui come Premier della grande coalizione post elettorale – delle pesanti bordate di Matteo Orfini, il dirigente Pd più renziano di Renzi (dopo essere stato più dalemiano di D’Alema).

Già era difficile far passare una legge che interessa la generalità dei consumatori, tutti però passivi, ed è contrastata invece da minoranze organizzate e intense. Questione culturale, che fa parte della storia italiana. Figuriamoci ora che c’è una pallida ipotesi di concorrenza si, ma alla guida del Governo…

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