Terrorismo nucleare Ipotesi concreta

Terrorismo nucleare
Ipotesi concreta

Obama non ha certo misurato le parole: «Il rischio del terrorismo nucleare» ha detto «è oggi la minaccia più grande a livello globale». Il capo dell’Agenzia per l’energia atomica, il giapponese Yukiha Amano, è stato altrettanto categorico: «I rischi di attacchi con uso di materiale nucleare, che sia un ordigno acquistato sul mercato nero o una bomba sporca, sono altissimi». Ciò nonostante, dopo la conferenza di Washington, in cui 47 nazioni si sono impegnate a rafforzare (ma, secondo gli esperti, non abbastanza) le misure di sicurezza, del problema si parla poco, come se le autorità non volessero impaurire ulteriormente una opinione pubblica già abbastanza spaventata.

Il vero problema che i governi devono affrontare è che non esiste più l’equilibrio del terrore, che durante gli anni della guerra fredda garantì che, anche nei conflitti più acuti come la crisi di Cuba, l’arma atomica non venisse mai usata. Gli jihadisti, infatti, non solo non hanno paura di morire, ma sanno anche che se, per avventura, riuscissero a fare esplodere una «bomba sporca» a New York, uccidendo migliaia di persone, difficilmente l’America risponderebbe sganciando un ordigno nucleare su Raqqa per annientarla con tutti i suoi abitanti, come fece Truman a Hiroshima e Nagasaki. Insomma gli jihadist avrebbero poco da perdere e moltissimo da guadagnare.

Il rischio è così elevato, perché le possibilità per l’Isis sono più numerose di quanto sembri, anche se le difficoltà sono molte. Si pensi solo all’Italia: ci sono le circa cento bombe atomiche stoccate dagli Usa ad Aviano e Ghedi, indubbiamente ben custodite ma pur sempre esposte a qualche azzardo; ci sono le quattro centrali nucleari dismesse in seguito al referendum, che dopo 30 anni contengono ancora elementi radioattivi; ci sono tre depositi contenenti 230 tonnellate di scorie, che possono servire allo scopo. Anche queste sono teoricamente inaccessibili, ma non esistono certezze.

Vediamo – in grandi linee - in quali modi l’Isis potrebbe attaccarci. Il massimo, per loro, sarebbe di procurarsi un ordigno nucleare già pronto per l’uso, che potrebbero per esempio acquistare da un Paese-canaglia come la Corea del Nord (o perfino dal Pakistan), trasportare in un container sul bersaglio designato e fare esplodere, senza neppure bisogno di lanciarlo con un missile. Non è certo semplice, ma fattibile, e provocherebbe centinaia di migliaia di vittime. Una seconda possibilità è di fare esplodere, nel modo consueto, una bomba convenzionale, «sporcata» con materiale radioattivo, che al momento dell’esplosione diffonderebbe nell’atmosfera radiazioni mortali, renderebbe vaste zone inabitabili per molto tempo e causerebbe molti casi di cancro: anche in questo caso, ci sono difficoltà notevoli, ma tutto dipende dal grado di preparazione degli attentatori.

Una terza possibilità (che, pare, sia stata già contemplata dagli attentatori di Parigi e di Bruxelles, poi costretti dall’incalzare della polizia a ripiegare su altri obbiettivi) è di dare l’assalto a una delle circa 400 centrali nucleari sparse per il mondo, con l’obbiettivo di provocare un effetto Chernobyl o Fukushima. Tutte hanno sofisticati sistemi di protezione, ma un recente studio ha rivelato che – in vari casi – sarebbero neutralizzabili bloccando contemporaneamente l’afflusso di acqua ed energia elettrica (per sapere come, rivolgersi per piacere a un esperto). Tutto ciò non significa che un attentato nucleare sia imminente: ma rafforza l’argomento che bisogna, al più presto, privare l’Isis del controllo di territori dove, ammesso che riesca a procurarsi il necessario, avrebbe la possibilità di preparare in maggiore libertà un attentato.


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