Tocca al pubblico dare regole ed equità

Tocca al pubblico
dare regole ed equità

Non è da considerare circoscritta ad una piccola categoria la questione della regolamentazione del servizio di taxi, esplosa e ora sopita da un rinvio, nell’illusione che tutto possa risolversi tra un mese. Il problema va infatti ben al di là anche dei confini di una vicenda corporativa, e che ha già visto soccombere tutti i governi che si sono cimentati. Toccherà la stessa sorte a Graziano Del Rio, che ha ceduto al ricatto di piazza, così come gli ha giustamente ricordato il collega di governo, il ministro Calenda. Finchè ci sarà un mercato delle licenze che, nelle grandi città, vale centinaia di migliaia di euro per ogni taxi, la questione non si chiuderà, perché qualunque rimedio – dalla liberalizzazione all’introduzione delle nuove tecnologie – si scontrerà con un dato di fatto oggettivo e persino comprensibile, e cioè che un piccolo imprenditore che – per colpa di Sindaci e leggi miopi – si è svenato per ottenere quel pezzo di carta, non potrà mai accettare limitazioni concorrenziali.

La questione è comunque solo un piccolo spaccato, di gusto ancora antico, rispetto alla rivoluzione tecnologica in corso. È la rivoluzione digitale, che – insieme alla geolocalizzazione – consente cose prima impensabili: gestire alberghi senza possedere neppure una stanza di proprietà, tant’è che a Milano ad esempio si è realizzato nel 2016 il sorpasso dei b&b sugli hotel. Oppure, gestire linee interregionali di autobus senza possederne neppure uno. È l’altra ferita aperta di questi giorni: il blocco dell’attività di FlixBus, operato da un emendamento parlamentare levantino (nel senso che viene da deputati baresi).

Ancora piccole cose, a fronte di quello che sta per avvenire a breve termine nel mondo dell’impresa e del lavoro. Si parla della scomparsa nel giro di pochi lustri del 50 per cento dei mestieri attuali, o della prevalenza dei robot rispetto al lavoro umano, tant’è che Bill Gates ha proposto una tassa sui robot (doppia: quando li produci e quando cominciano a lavorare), perché se è giusto tassare un essere umano sui proventi del suo lavoro, si deve tassare la macchina che lo sostituisce.

Fermare Uber, AirB&B, Booking.com o in generale le App che ci consentono di interagire direttamente con il mercato dell’offerta, è una battaglia già oggi di retroguardia che può anche essere rallentata dai ricatti della mini serrate, ma non ha speranza, perché il consumatore ha raggiunto la sua maturità ed è lui a cui bisogna pensare.

Che i tassisti vadano in crisi, che lo spazio degli albergatori o delle agenzie di viaggio sia drammaticamente ristretto è duro da accettare per gli interessati, e un problema sociale serio, ma almeno il loro aggiornamento è ineluttabile. Il mercato si vendica e sconfigge le rendite di posizione e i prezzi troppo alti che ne derivano. Se Ryanair è leader e Alitalia la mantengono da anni i contribuenti, non avviene per caso: il low cost batte il monopolio.

Se mai, anziché inventare cavilli per soffocare il sistema privato, dobbiamo porci il problema di cosa può fare quello pubblico per aiutare chi è colpito, ma soprattutto prevenire i guai di chi presto lo sarà. Tocca al pubblico il compito dell’equità e delle regole.

Resta la conferma – si veda anche il caso della vicenda degli ambulanti che vogliono difendere le loro concessioni – che la versione liberale del riformismo è la più dura da far passare. La direttiva Bolkeistan fu scritta da un grande liberale olandese e non è un caso che due economisti di questa scuola, Alesina e Giavazzi, abbiano ricordato in questi giorni il titolo del loro vecchio libro «Il liberismo è di sinistra», mentre altri abbiano sottolineato che c’è una carenza di visione liberale sia appunto a sinistra che nella divaricazione a destra dovuta all’estremismo di Salvini. Il sovranismo che invoca protezioni, vincoli, monetine nazionali, barriere, muri, è una risposta giustificata dalla ricerca di voti nell’immediato, ma bisognerebbe pur sapere che tutto questo è retroguardia. E non perché tutto ciò che è nuovo è bene, anzi, ma perché difendere il vecchio impedisce di migliorare il nuovo.

Quando il più recente dei partiti italiani pensa di aver fatto una furbata chiedendo di spostare il nuovo Stadio della Roma «da un’altra parte», applica solo il vecchio trucco di far finta di dire di Sì bloccando tutto: grattacieli, ma anche 450 milioni di investimenti ambientali e paesaggistici, un parco grande come Villa Borghese e lavoro per migliaia di persone. Facendo il paio con una Sovrintendenza che vuol salvare la tribuna coperta di amianto di un ippodromo ridotto a sterpaglie e discariche.

Tutto questo per dire che mentre i tassisti passano per retrogradi e violenti, c’è tutta una società politica e civile che chiude gli occhi sulla realtà che avanza. Decenni fa si poteva anche essere miopi, ma chi non vede come cambia il mondo oggi è un presbite senza speranza.


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