Turchia e Nizza Europa alla prova

Turchia e Nizza
Europa alla prova

Prima la strage di Nizza, poi il golpe fallito in Turchia. Il nesso è solo temporale, ma la coincidenza riafferma una realtà indesiderata: l’epicentro della crisi non è sul fronte orientale (Ucraina), come è parso di capire dal recente vertice della Nato, ma è su quello mediterraneo. In una manciata di ore l’Europa s’è ritrovata prigioniera di una vulnerabilità che appare ormai la sua condizione normale.

Un accumulo di fatti, spesso negativi e talvolta terribili, quasi a disegnare la tempesta perfetta che s’è abbattuta in questi anni: recessione, instabilità finanziaria, crisi istituzionale e delle culture che hanno costruito l’Europa comunitaria, pressione migratoria, terrorismo e Brexit. Un insieme di sfide, se vogliamo limitarci a chiamarle così, che forse non ha precedenti nella storia recente del vecchio continente: per intensità e sincronia. Un’area di benessere e di democrazia che invecchia impoverendosi e che legittimamente è afflitta dalla paura, perché è cambiato a nostro sfavore l’equilibrio geografico del terrore. Un cortocircuito che impone però il realismo della ragione e nervi saldi, ben sapendo che non ci sono soluzioni a portata di mano: difendersi, limitare i danni, ricercare la ragionevolezza dell’unità sulle scelte che contano, senza creare aspettative fuori portata.

La strage di Nizza, se sarà confermato il profilo dell’attentatore, inaugura o comunque rende evidente un nuovo ciclo del terrore: quello molecolare, del fai-da-te, un riscontro di follia sullo sfondo degli appelli dell’Isis che rimbalzano nella Rete. Dunque, siamo passati dalla guerra asimmetrica, fra gli Stati e un network terroristico nomade, ad un conflitto interno inafferrabile e dai tanti volti anonimi: il nemico non ha bisogno di superare le frontiere perché è fra noi e con noi, non ha una storia alle spalle e può essere il vicino di casa. «Siamo tutti sotto attacco», dice l’ex premier Letta in un’intervista al nostro giornale: siamo tutti francesi non solo per la dovuta e istintiva solidarietà, ma perché gli atti terroristici possono colpire ovunque. Il risvolto politico di questa offensiva è la frattura che procura alle società ponendole quesiti essenziali e non semplificabili, perché il terrorismo traina obiettivamente i partiti xenofobi. Lo vediamo nell’America dalle troppe armi con l’ascesa di Trump e rischiamo di vederlo nella Francia delle presidenziali dell’anno prossimo dove è più che credibile la competizione della Le Pen. In quel grande Paese che è il socio fondatore dell’Europa. E senza aspettare possiamo aggiungere all’inventario ciò che è reale, cioè l’Ungheria del premier Orbàn che ha teorizzato l’esigenza di approdare ad uno «Stato illiberale». Un’Europa disarmata che non crede più nei valori che l’hanno resa una «forza gentile» si sta incamminando sulla china pericolosa di risposte sbagliate, perché la paura è cattiva consigliera.

È quel che è successo in Turchia, alle nostre porte, bastione sud della Nato, cerniera con il Vicino Oriente, uno dei più discussi protagonisti sullo scacchiere mediorientale e Paese fondamentale, dopo l’accordo con la Germania, per contenere l’afflusso dei profughi. Qui i militari, benché abbiano una tradizione non riconducibile ai dittatori dell’America latina, hanno cercato una soluzione di forza e anti democratica ad una questione sotto gli occhi di tutti: la deriva islamista e autoritaria di un presidente, Erdogan, che ha utilizzato gli strumenti della democrazia per trasformare il Paese in una caserma. Il risultato è che non aver scelto la politica ma i tank ha sortito l’effetto non voluto: ora il sultano sarà più forte, legittimato alla repressione del dissenso.

Ma quel che conta ai nostri occhi è l’imbarazzo dei principali leader europei: al diffondersi delle prime confuse notizie hanno scelto il basso profilo, non sapendo quale scegliere fra due mali. La crisi turca dice anche che la democrazia, specie in Paesi di incerta affidabilità, non è data una volta per tutte e, nel mentre, conferma un panorama di politici europei dimezzati accampati in continue emergenze. Brexit ha azzerato una classe dirigente che ha scelto il suicidio politico. La stessa Merkel, leader riluttante, è una stella che non brilla più. Hollande e i socialisti sono sotto scacco e il terrorismo ha infierito in modo impietoso su un corpo già debole. I Paesi dell’Est sono una seria incognita e costituiscono una riserva del malessere. Ci sono passaggi cruciali: la gestione del vuoto britannico, la crisi bancaria, il prossimo referendum in Ungheria sugli immigrati, di nuovo il voto in Austria e le elezioni negli Stati Uniti. Nell’era dell’insicurezza debordante dove s’affaccia la tentazione di scambiare sicurezza con libertà, occorre trasformare la paure in risorse, le crisi in opportunità: lo esigono l’urgenza civile e la fatica dello stare insieme, cioè la vera risposta «forte» e responsabile di società mature. Un’avventura che val la pena correre, un kit di dignitosa sopravvivenza collettiva, per quanto – come diceva il tal celebre economista – sui tempi lunghi siamo tutti morti.


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