Turisti innocenti bersagli del terrore

Turisti innocenti
bersagli del terrore

Gli attentati suicidi in Turchia stanno ormai diventando una routine: basti ricordare quello di luglio a Suruc (30 morti), i due di Ankara ad ottobre (102 morti) e altri quattro minori nel solo 2015.

Ma quello di ieri a Istanbul si distingue dagli altri per almeno tre ragioni; primo, ha colpito piazza Sultanahmet, il luogo più visitato del Paese dagli stranieri, l’equivalente di piazza San Pietro a Roma o di Trafalgar Square a Londra; secondo, è stato diretto specificamente contro i turisti, con l’evidente intento di colpire la principale fonte di valuta estera di una Turchia economicamente sempre più allo sbando, ma anche con l’effetto di provocare in Europa un’ondata di solidarietà che in precedenti occasioni non c’era stata; terzo, perché Erdogan si è fatto ormai talmente tanti nemici, che in assenza di rivendicazioni credibili riesce difficile individuare i veri responsabili.

L’elenco è impressionante. In questo momento la Turchia è in guerra contro l’Isis al fianco dell’alleanza occidentale, dopo averla a lungo subdolamente aiutata sia comprando sottobanco il suo petrolio, sia lasciando passare attraverso il proprio territorio migliaia di jihadisti europei che andavano a rafforzare le sue file, sia rifiutandosi di aiutare i curdi siriani quando erano assediati dalle truppe del Califfato. È in guerra con la propria minoranza curda legata al Pkk, maggioritaria nelle province sud-orientali del Paese, contro cui ha lanciato di recente una offensiva che - secondo il New York Times - ha devastato decine di villaggi, ucciso 200 ribelli e altrettanti civili e costretto almeno duecentomila persone a lasciare le proprie case. È in conflitto con l’Iraq che, in seguito all’entrata di una brigata turca nel Paese senza la sua autorizzazione ha accusato Erdogan di «flagrante invasione», appellandosi addirittura al Consiglio di Sicurezza.

Con un bellicoso discorso dello stesso Erdogan contro il blocco sciita formato da Iran, Siria ed Hezbollah libanesi - «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati» - ha aperto un altro fronte da cui possono arrivare attacchi di ogni genere. Infine, con l’abbattimento di un aereo russo per una minima violazione del suo spazio aereo, si è infognata in un braccio di ferro con Putin che le ha già procurato gravi danni economici, senza contare la possibilità sempre aperta che Mosca, senza sporcarsi le mani direttamente con attentati, si affidi a uno dei suoi alleati nella regione per una vendetta.

Con una rapidità perlomeno sospetta, Erdogan ha addossato la responsabilità dell’attentato a «un siriano», che potrebbe essere sia un seguace del Califfato, sia uno dei curdi collegati con il Pkk che i turchi avevano cinicamente lasciato massacrare dalla stessa Isis a Kobane. Alcune ore dopo il premier Davutoglu ha parlato di un «individuo straniero legato all’Isis», poi si è fatto il nome di un cittadino saudita. Non sarà facile stabilire la verità, non c’è neppure da fidarsi di un’inchiesta viziata da esigenze politiche. Quel che è certo, è che per Ankara si è trattato di un vero e proprio colpo al cuore, sia sul piano del prestigio, sia su quello economico. E anche su quello dei rapporti con l’Europa, che sembravano migliorati dopo la promessa della Merkel di rilanciare i negoziati per l’adesione e versare tre miliardi in cambio di un aiuto (che peraltro finora non si è visto) ad arginare l’ondata dei profughi. Ma come si fa ad ammettere nell’Unione un Paese così?


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