Ultima chiamata
per l’Europa

Se il buongiorno si vede dal mattino l’Europa della fratellanza, ma anche dell’integrazione, della sicurezza e della libera circolazione degli uomini, delle merci, dei capitali e delle imprese potrebbe ripartire da Roma e dalla cerimonia che ha ricordato i sessant’anni dalla firma dei Trattati della Cee e dell’Euratom. In una capitale super blindata, notoriamente fragile e in crisi per il trasporto pubblico, in cui si trovavano contemporaneamente 27 capi di Stato, presidiata da 5 mila appartenenti alle forze dell’ordine, tutto ha funzionato alla perfezione, nonostante i grossi timori per possibili attentati, soprattutto dopo i sanguinosi fatti di Londra.

E naturalmente anche i romani hanno dimostrato grande senso civico. Peccato mancasse proprio La Gran Bretagna, ormai sempre più avviata verso l’uscita, ufficialmente e irreversibilmente fuori dall’Unione europea dopo il referendum su Brexit. Ma per tutti gli altri Stati membri c’è da ben sperare. E anche la dichiarazione firmata sessant’anni dopo dai capi di Governo in quella stessa sala capitolina degli Orazi e Curiazi dove i sei Stati fondatori diedero vita alla Comunità europea, non è un semplice atto formale, come hanno ribadito il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

Il testo di quella che passerà alla storia come «Dichiarazione di Roma» è una sorta di «road map»: fissa quattro obiettivi da raggiungersi in dieci anni. Obiettivi piuttosto ambiziosi, va detto, ma non impossibili. Si parla di un’Europa «sicura», unita nella lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo, di un’Europa «prospera e sostenibile capace di generare posti di lavoro, di un’Europa «sociale», capace di lottare contro la «disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà». Si parla infine di un’Europa «più forte sulla scena mondiale», più competitiva, in grado di promuovere prosperità in altre aree depresse del Pianeta, a partire dall’Africa e pace in Medio Oriente, capace di tener testa agli Stati Uniti e alle potenze emergenti dell’Estremo Oriente. Certo, senza il Regno Unito è un po’ più difficile.

Una sequenza di belle parole, a ben vedere, se non verranno seguite dai fatti e se non saranno legate a una reale consapevolezza del rischio di disintegrazione che corre l’Unione sotto la spinta dei populismi, della pressione disordinata dei flussi immigratori, della crisi economica, delle vessazioni fiscali imposte dagli eurocrati. Ma dopo mesi e mesi di muri, referendum popolari per l’uscita dall’Unione, respingimenti, liti tra Stati sui conti pubblici, assistere a un accordo tra tutti i Paesi europei a ben vedere è un mezzo miracolo. Il fatto che l’abbiano firmata in 27, dopo le titubanze della Grecia, mirante ad alleggerire la sua situazione debitoria che sta portando un popolo alla fame, è infatti un notevolissimo risultato.

Ma la dichiarazione dovrà basarsi soprattutto dalla volontà di cambiare rotta alla politica economica e di gestire i flussi migratori con politiche concordate, dividendosi i compiti e senza lasciare a sé stessi i Paesi del Sud Europa. Il programma di interventi di cooperazione economica nei Paesi da dove partono i flussi, fortemente appoggiato dalla Germania di Angela Merkel, è un ottimo progetto che può far bene anche all’Europa in termini di investimenti. Vedremo alla prova dei fatti se ci sarà la reale volontà di metterli in atto da parte dei 27. Perché per l’Europa quella di Roma è forse l’ultima chiamata prima della disgregazione. Illudersi che il peggio sia passato basandosi sui risultati elettorali olandesi sarebbe molto probabilmente un’ingenuità colossale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA