Un italiano ai vertici della Fca era giusto

Un italiano ai vertici
della Fca era giusto

Con la morte di Marchionne e le dimissioni di Enrico Altavilla dai vertici Fca si pone tra l’altro il problema dell«italianità» di Fiat. Ciò che nella memoria nazionale resta il simbolo della modernità industriale ha subito una mutazione genetica. Se osserviamo lo svolgersi degli avvenimenti risulta chiaro che Fiat ha acquisito Chrysler. L’azienda dell’avvocato Agnelli era stata lasciata in carico a General Motors e Sergio Marchionne è riuscito di convincere i suoi interlocutori americani del contrario ovvero che era più conveniente pagare per liberarsene anziché doverne subire nel tempo le perdite. Poi va da Obama e chiede per una scalcinata Fiat quella che in America chiamano «Fix it again Tony» aggiustala ancora Tony, i miliardi di dollari necessari per prendere Chrysler. Il prototipo dell’italianità fatta automobile acquista il prodotto americano per eccellenza, la Jeep tra tutte, con soldi americani e dopo tre anni si riscatta dall’ipoteca a stelle e strisce e estingue il debito.

A questo punto ci si aspetta che il modello di business italiano prenda piede, ovvero che l’egemonia culturale di cui anche un’impresa è portatrice si espanda in terra americana. Così era successo con Daimler-Benz nel 1998. Fusione con Chrysler e dopo pochi anni divorzio. A Stoccarda non avevano messo nel conto che in America non ci tengono a diventare tedeschi. Troppe le diversità di gestione. I tedeschi si muovono con la programmazione rigida, gli americani sono ancora più dettagliati nel pianificare ma sono pronti a far saltare il tavolo se capiscono che non funziona. Per gli americani conta il risultato, comunque lo si raggiunga, per il tedesco conta il metodo. Marchionne era italiano ma il suo modello di business nordamericano. Sarebbe passato ad una versione italiana se si fosse accorto che ne valeva la pena. Ma Fiat è stata troppo tempo legata ai governi e ai finanziamenti statali per poter disporre della necessaria agilità operativa . Più che un’impresa era un apparato amministrativo a trazione sabauda. Così è successo quello che di norma non accade mai e cioè che il perdente detti legge al vincente. Con la creazione di Fiat Chysler Automobiles si creano una sede fiscale a Londra, una legale a Amsterdam una operativa a Auburn Hills e la quotazione a New York. Torino diventa il luogo della nostalgia. Si dice che non poteva essere diversamente, che i grandi gruppi devono uscire dai confini nazionali. Ma quando si esce normalmente si porta qualcosa con sé.

Prendiamo la Baviera. Inizio anni ’90 del secolo scorso, con Edmund Stoiber capo di governo, si è aperta all’internazionalizzione. Si pongono le basi per la nuova industria tedesca, quella delle auto a forte contenuto tecnologico, dei prodotti innovativi, dei grandi sistemi integrati, Siemens su tutti ma non si cede sull’agricoltura, sul rispetto dell’ambiente, sulla tutela delle tradizioni. Si va nell’ufficio ipertecnologico in calzoni di cuoio, calzettoni e le piume sul berretto. Perché è sull’orgoglio di appartenenza che si costruisce l´identità anche quella industriale.

L’Italia vanta brillanti manager ai quattro angoli del globo. Sanno adattarsi ma hanno anche una creatività e capacità inventiva che non si impara a scuola. Riportare a casa questo patrimonio può solo far bene all’autostima. Ecco perché almeno un italiano ai vertici di Fca sarebbe stato opportuno. Essere internazionali non vuol dire solo avere il colore del denaro, della redditività, vuol dire avere qualcosa di sè da portare nel mondo. Sarà un caso ma l’ultimo atto pubblico di Sergio Marchionne è stato un omaggio all´Arma dei Carabinieri.


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