Un’Italia francese in questa Europa

Un’Italia francese
in questa Europa

A Berlino si è ancora alla ricerca di un governo. Può essere che ritorni la grande coalizione tra i socialdemocratici della Spd e i cristiano-democratici di Angela Merkel ma sarebbe l’unione di due perdenti. Una cosa è certa: l’equilibrio è saltato e la stabilità perduta. Da quando la Germania è diventata assimilabile all’Italia, per la Francia è arrivato il tempo dell’incasso. Dopo aver mangiato rospi di ogni tipo, declino economico, terrorismo, insipienza e vanagloria con Sarkozy, insignificanza politica con Hollande, gli eredi di Charles De Gaulle possono vantare ora di essere l’unica isola di stabilità in un continente senza identità.

L’unica certezza rimasta viene dall’esterno e si chiama globalizzazione. Con questa sono chiamati, che lo vogliano o no, a misurarsi gli Stati dell’Unione. Decisivo in tal senso è la grandezza. Se la Cina si fa avanti con la via della seta verso la conquista commerciale e finanziaria del Vecchio continente e al contempo l’America di Donald Trump fa la strada al contrario e si stacca dall’Europa, non resta per i singoli Stati europei che una carta: allargarsi il più possibile per creare una massa critica in grado di fronteggiare la competizione delle superpotenze economiche. In assenza di una chiara strategia che possa indicare quale successo possa avere l’integrazione politica dell’Unione, i singoli Stati si muovono con un piano definito: allargare le sfere di influenza per la corsa finale verso l’egemonia.

Che questo comporti la partecipazione di tutti i 27 membri non è detto ma una cosa si deve sapere: non ci si può presentare da soli all’appuntamento. Il Nord Europa solidarizza per comune sentire con la Germania e si erge a bastione contro la politica della spesa. Parigi ha fondato la sua politica economica sullo sforamento del deficit strutturale sin dall’avvio della moneta unica. Può far sentire la sua voce perché senza l’appoggio legittimante della potenza vincitrice la Germania rimane un nano politico. La Francia ha sfruttato in questi decenni al meglio la sua rendita di posizione. Ma il successo dell’economia e le aperture dei confini ai migranti hanno portato molte simpatie ai governanti tedeschi. Una Germania paladina dei diritti umani può aspirare ad una supremazia in Europa a tutto svantaggio delle speranze di grandeur francesi. Consapevole di questo la Francia si è mossa dall’inizio della crisi economica con un obiettivo: consolidare la sua egemonia nel mondo mediterraneo. Su questa strada vi era un ostacolo ed era l’Italia. Troppo grande il suo peso economico per non dover fare i conti con Roma. Così si è concentrata sulle falle del sistema Italia ed ha cominciato la campagna acquisti. Se un avversario non si può vincere dall’esterno allora lo si esautora dall’interno. Bastano i numeri per spiegare il fenomeno: un bottino di 52 miliardi in dieci anni contro i 7,6 miliardi di acquisizioni italiane in Francia. E questo si spiega anche con il sistematico boicottaggio verso ogni iniziativa italiana in terra transalpina. In estate Fincantieri è subentrata ai coreani nei cantieri Stx di Saint Nazaire ma subito è scattato il veto di Macron. Mentre con la cessione della cassaforte del risparmio di Pioneer ai francesi di Amundi nessuno ha alzato un sopracciglio. E poi l’ingresso di Bollorè in Telecom Italia. Subito trasformata in Tim per carità di patria. A capo delle due tra le maggiori istituzioni finanziarie italiane, Unicredit e Generali, vi sono due francesi, mentre Vincent Bollorè ha ancora voce in capitolo in Mediobanca. Un’Italia francese in nome della libertà di mercato e della fratellanza europea. È questa l’Europa che vogliamo?


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