Uragani, nuovo clima
da capire

Tante parole. Pochi fatti. Ma di certo le parole aiutano. Si tratta però di cominciare ad ascoltare dimenticando una certa abitudine al sensazionalismo che riguarda un po’ tutti. E più che guardare al cielo, in attesa della pioggia tanto agognata piuttosto che con lo sguardo atterrito di chi spera che la furia del vento e della pioggia non porti distruzione, forse è opportuno cominciare a guardare con più attenzione ad altezza d’uomo. Mari e territori. È lì che, secondo una parte ormai predominante della comunità scientifica, accade tutto. Almeno per la parte di quelle cause che stanno progressivamente rendendo più violenti e trasformando eventi naturali che fanno parte della storia dell’uomo e che l’uomo, oggi come ieri, non può prevedere, ma che può certo studiare e cercare di comprendere.

Le parole aiutano, si diceva. Proviamo: precarietà, precauzione, prevenzione, presunzione, partecipazione. E cominciamo dalla precarietà. Li chiamiamo, forse un po’ impropriamente, eventi naturali estremi. Sono gli eventi, come gli uragani che stanno in questi giorni mettendo in grave difficoltà zone povere del mondo ma anche le coste di una potenza come gli Stati Uniti d’America, che rappresentano un’importante causa di precarietà nel pianeta che discute, con alterne fortune, di cambiamenti climatici. Precari ci sentiamo, anche perché non abbiamo ancora ben compreso quanto sia e sarà sempre più importante trovare forme di adattamento a fenomeni climatici che crescono per intensità e capacità distruttiva.È già urgente capire come poter trasformare, per esempio, la nostra agricoltura e il nostro modo di abitare. Ne sa qualcosa il mondo delle assicurazioni, che negli ultimi anni ha cominciato seriamente a progettare strumenti specifici dedicati proprio ai rischi connessi agli eventi naturali estremi. Ci dobbiamo certamente adattare, facendoci forti di precauzione e prevenzione. Non si tratta di usare la precauzione dei negazionisti della teoria dei cambiamenti climatici – il presidente Trump ne è l’alfiere dichiarato – ma di mettere in pratica la precauzione che sta alla base del desiderio di informazione.

Dobbiamo capire meglio le conseguenze che il modello economico e sociale in cui abbiamo conosciuto ricchezza e crisi genera sul clima del pianeta. Capire per prevenire danni peggiori. I climatologi che hanno fatto la storia della ricerca sui cambiamenti climatici con grande semplicità chiedono appunto di rivolgere lo sguardo agli oceani. La loro temperatura aumenta. Fenomeno che rende gli uragani del nostro tempo più intensi, più duraturi ed estremamente distruttivi, quando attraversano i luoghi del nostro vivere quotidiano. Altrettanto è importante rivolgere lo sguardo ai territori, che sono sempre più teatro di una dannosissima alternanza di prolungati periodi di siccità e di eventi piovosi molto intensi. Dovrebbe esistere una contabilità quotidiana, semplice ed alla portata di tutti, degli effetti economici dell’evoluzione climatica che stiamo vivendo, dove appunto gli eventi naturali si caricano oggi degli effetti dirompenti di una economia che ha incrementato le emissioni di gas climalteranti.

E arriviamo alla presunzione. Continuiamo a presumere che il modello economico che stancamente ci siamo trascinati nei decenni, anche per la pigrizia che tipicamente caratterizza chi non ama i cambiamenti, specialmente quando minacciano le proprie comodità, sia anche un modello ecologico sostenibile. Come se mettere l’etichetta ad un prodotto che consumiamo sia il punto d’arrivo. Trascuriamo che una parte dei danni provengono proprio dal nostro modo di consumare. Arriviamo quindi all’ultima parola. Partecipazione. Non certo intesa nel suo senso «social». Ma sociale: affrontare i cambiamenti climatici ed agire efficacemente sulle loro cause chiede la partecipazione delle comunità nella loro interezza. Tante parole, sì. Ma anche molti più fatti. I fatti chiedono investimenti e cambiamenti reali di cultura industriale. A questo invitano le parole di chi studia e informa sui cambiamenti climatici. Una nuova cultura industriale e una rinnovata forma di partecipazione della società, sostenuta da investimenti adeguati e duraturi. Per combattere un senso crescente – e per certi versi già impotente – di precarietà. Per vivere – nessuno escluso – come un frazionista di staffetta che non deve fare cadere il testimone sulla pista.

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