Via alle Olimpiadi con l’incubo terrorismo

Via alle Olimpiadi
con l’incubo terrorismo

È finito un incubo e subito ne comincia un altro. Conclusi senza attentati i campionati europei di calcio (ma subito dopo c’è stata una raffica di attacchi in Francia e in Germania), venerdì sera comincia a Rio de Janeiro una Olimpiade che si annuncia ancora più difficile da controllare. La polizia brasiliana, ultimamente abbastanza efficace nel combattere una criminalità comune tra le più elevate del mondo, ha infatti scarsissima esperienza nella lotta al terrorismo, al punto di rivolgersi per aiuto all’Fbi e a mandare un nutrito nucleo di agenti negli Stati Uniti a imparare come si garantisce la sicurezza dei grandi eventi sportivi come il Superbowl.

Oltre alla polizia locale, ci saranno 27.000 tra militari e guardie nazionali a collaborare nella protezione degli impianti, ma l’esperienza ci insegna che per l’Isis ogni bersaglio è buono, e con almeno 500.000 visitatori stranieri garantire protezione a tutti sarà impossibile. I timori maggiori riguardano – sembra – attacchi con armi chimiche e biologiche e con piccoli droni artigianali. Per contrastarli, poco prima di essere destituita la presidente Rousseff ha promosso una nuova legge antiterrorismo che non pochi giudicano liberticida.

In teoria, il Brasile non dovrebbe essere un terreno molto favorevole per gli islamisti. La sua popolazione musulmana è di sole 300.000 persone (circa lo 0,15% del totale), è concentrata per la maggior parte intorno alle cascate dell’Iguazù, abbastanza bene integrata e prevalentemente di rito sciita, cioè nemica dell’Isis. Secondo le ultime statistiche, aumenta di sole cento unità l’anno, anche se alcune sette evangeliche estremiste si sono messi a combatterla definendola «l’Anticristo». Brasilia è stata anche molto avara nel concedere visti di ingresso ai profughi siriani, accogliendone un centinaio in tutto.

Gli ultimi attentati di matrice islamica in America latina risalgono in effetti al 1992 e al 1994, quando kamikaze probabilmente collegati con l’Hezbollah attaccarono due istituzioni ebraiche a Buenos Aires facendo oltre cento morti (il processo per l’accertamento delle responsabilità è ancora in corso). Ma, con i Giochi nel mirino, il Califfato non se ne è stato con le mani in mano: ha creato una serie di siti in lingua portoghese, che invitano testualmente a «trasformare le Olimpiadi in un inferno» insegnano a fabbricare bombe e indicano 17 possibili bersagli, tra cui spiccano i cittadini americani, francesi, britannici ed israeliani . Ma le autorità sono preoccupate soprattutto per un appello ripetuto più volte nelle ultime settimane dai social media legati all’Isis: «I Lupi solitari di tutto il mondo si rechino adesso in Brasile e si mettano all’opera. Arrivarci non presenta problemi». Viste le esperienze europee e nordamericane, rappresenteranno probabilmente il pericolo maggiore.

La collaborazione tra la polizia brasiliana e l’Fbi, messa in atto nonostante i rapporti piuttosto freddi tra i due Stati, ha già dato i primi frutti: dieci giorni fa sono stati arrestati una decina di membri di una associazione denominata «Difensori della Sharia», e benché le prove che preparassero attentati siano piuttosto labili resteranno in galera almeno fino alla fine dei Giochi. Per quanto sia passato quasi mezzo secolo, tutti hanno ben presente la tragedia di Monaco ’72, quando i terroristi palestinesi penetrati nel Villaggio olimpico rapirono, e poi uccisero, una decina di atleti israeliani. Con tutti i guai che già ha - acque inquinate, servizi inefficienti, opere pubbliche non compiute -, per Rio de Janeiro, (che si aggiudicò i Giochi prima della grande crisi ma oggi ne farebbe volentieri a meno), un’azione terroristica di grande impatto mediatico sarebbe una autentica catastrofe.


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