Ad occhi chiusi

«Qui si pratica la sharia». È un cartello all’ingresso del paese, come la scritta «Comune denuclearizzato» da noi. Sta ad avvertire che il luogo è un angolo di Islam e non ci sono deroghe.

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Giorgio Gandola

Nell’angolo vivono 85.000 abitanti, si chiama Molenbeek, geograficamente in Belgio ma socialmente in zona Raqqa. Da lì sono partiti, arrivati o transitati tutti i terroristi dell’Isis che hanno compiuto attentati in Europa negli ultimi cinque anni e buona parte di quelli di Al Qaeda.

L’islamizzazione intensiva di Molenbeek - a 2,5 chilometri dal centro di Bruxelles - dura da vent’anni e ha nome e cognome: Philippe Moureaux, sindaco dal 1992 al 2012, deputato socialista, ex vicepremier, docente di filosofia all’università di Liegi. E inventore della teoria politica secondo cui il consenso a sinistra non può che passare attraverso gli immigrati islamici. A Molenbeek l’ha ottenuto a lungo, quello che riteneva il tempo necessario per arrivare a un’integrazione compiuta. Operazione non riuscita, la comunità si è autoesclusa, il fondamentalismo ha avuto la meglio e ha imposto le sue regole mentre il sindaco faceva campagna nelle moschee e tacciava di islamofobia chi chiedeva sicurezza.

Dopo la strage di Bruxelles, Moureaux è al centro di dure critiche e perfino il primo ministro Charles Michel sostiene che «ha una responsabilità immensa». Soprattutto quella di avere sottovalutato i segnali di pericolo. Dieci anni fa la giornalista (belga e musulmana) Hind Fraihi realizzò un’inchiesta illuminante in cui raccontava la trasformazione di Molenbeek in «mini califfato» e accusava i politici di chiudere gli occhi in nome del potere personale. Mouroux, che da sempre porta orgogliosamente i mustacchi, se ne fece un baffo.

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