«Bene, abbiamo perso»

«Bene, abbiamo perso»

«Per capire se è gol o no bisogna mettere un bancomat sulla linea di porta». La vignetta di Massimo Bucchi è folgorante, il pallone ancora una volta rimbalza sulla melma e la credibilità del calcio italiano sprofonda sempre più.

Dai vertici alla quarta serie sembra che non si salvi nessuno e nessuno si sogna di dare le dimissioni. Cinquanta arresti, trenta società coinvolte, settanta indagati, intercettazioni imbarazzanti come: «Bene, abbiamo perso» e «Lotito ricatta Tavecchio». Tutto questo bel panorama con, sullo sfondo, la ’Ndrangheta a tirare le fila e a guadagnare dalle scommesse.

Stavolta non sembrano esserci partite eccellenti e giocatori di grido; quelli hanno già dato e un’organizzazione criminale che si rispetti ha bisogno di un po’ di tempo per tornare a macinare affari. Adesso la palude è nella Lega Pro, nella Serie D, parliamo di calciatori di contorno, di giovani senza orizzonti di gloria o di marpioni da zolla in terra battuta. Un malaffare ramificato, un inganno continuo nei confronti di chi pensava di assistere a una partita vera. E non essendoci evidenti pericoli di ordine pubblico, magari ci portava i figli.

Povero pallone, sgonfiato da banditi senza scrupoli e da dirigenti come minimo poco avveduti. E che errore consentire le scommesse anche sulle partite dei dilettanti. Non siamo stati capaci di rinnovare il nostro sport più popolare, di modernizzare gli stadi, di tenere lontani i maneggioni, di dotarci di una classe dirigente decente. Tavecchio che insulta i calciatori di colore, il suo successore che insulta le calciatrici, Lotito che arringa tutti dal basso del suo latinorum. «Bene, abbiamo perso». Una frase capace di uccidere uno sport.


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