Buonanotte ai suonatori

di Giorgio Gandola

Muti, in silenzio. Nessuna nota pervade più il teatro dell’Opera di Roma dopo l’uscita di scena di Riccardo Muti, che nel fine settimana ha raccolto smoking e bacchetta e se n’è definitivamente andato.

Muti, in silenzio. Nessuna nota pervade più il teatro dell’Opera di Roma dopo l’uscita di scena di Riccardo Muti, che nel fine settimana ha raccolto smoking e bacchetta e se n’è definitivamente andato.

«Non ci sono le condizioni per garantire la serenità necessaria», ha provato a spiegare il maestro, che non è un direttore d’orchestra qualsiasi, ma è il numero uno italiano nel mondo. La serenità della musica non ha più nulla a che vedere con l’opera romana, da tempo attraversata dalle scosse amministrative e sindacali, dominata da un eterno braccio di ferro fra manager e lavoratori, e da singolari metodi anni Settanta. Come se, invece delle prove dell’Aida, andassero perennemente in scena le gazzarre ben rappresentate da quel capolavoro che fu «Prova d’orchestra» di Fellini.

Così Muti se n’è andato. Nove anni dopo averlo lasciato scappare dalla Scala per gelosie di basso profilo (capolavoro di cecità), ecco che la scena si ripete. Sembra che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata l’irruzione nel suo camerino dei rappresentanti sindacali al termine di un’opera, con lo stesso piglio col quale gli ultrà di certe squadre pretendono di dettare legge nello spogliatoio.

Ora il sindacato si affretta a dire: «Mai scioperato contro Muti, presenza irrinunciabile, l’azienda faccia l’esame di coscienza». Il ministro della Cultura, Franceschini: «Capisco la scelta, siamo vittime di resistenze corporative e autolesionistiche». Una metafora del Paese paralizzato dai veti incrociatidi poteri nostalgici di un mondo che non c’è più. Così Muti ha detto buonanotte ai suonatori e torna a Chicago.

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