La bugia di Morricone

La bugia di Morricone

Con soli 48 anni di ritardo l’Academy of motion picture arts and sciences ha assegnato a Ennio Morricone l’Oscar per la miglior colonna sonora. L’avrebbe meritato nel 1968 per C’era una volta il West di Sergio Leone. E comunque sia anche una giuria di non udenti glielo avrebbe attribuito fra le lacrime 32 anni fa per le musiche di C’era una volta in America, sempre di Sergio Leone.

Uno dei più grandi musicisti viventi ha dovuto attendere fino a 88 anni per essere celebrato accanto a un film (Hateful Eight di Quentin Tarantino), andando oltre l’Oscar alla carriera del 2007, una sorta di pensionamento in papillon, quello che hanno in bacheca più o meno tutti. Come disse John Wayne: «Per ottenerlo basta invecchiare».

Finalmente risarcito per l’estenuante e immeritata attesa, Morricone ha regalato alla sfarzosa platea luccicante (dalle dentiere ai gioielli) una piccola, deliziosa bugia: «Per fare una grande colonna sonora serve un grande film». L’uomo è gentile e sa perfettamente d’essere diventato famoso col metodo opposto. Quando, nella straordinaria factory di Sergio Leone (che ancora si firmava Bob Robertson), venivano alla luce i primi spaghetti western, la colonna sonora sembrava secondaria. Fino a che il regista non conobbe Morricone e non rimase folgorato dal suo lirismo, dalla sua capacità di far vivere le scene attraverso le note. Allora gli disse: «Cambiamo strategia. Tu prepari le musiche leggendo il soggetto, poi me le fai ascoltare. E io ci costruisco sopra il film. Perché? Perché il genio sei tu».

Così fecero, così stupirono il mondo. E così, quasi mezzo secolo dopo, è arrivato il premio. Con calma.

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