La camicia strappata

La camicia strappata

Il più colpito della vicenda Air France è stato il capo del personale, denudato e preso a sberle dai lavoratori esasperati. Ma anche il resto d’Europa è rimasto impressionato dalla violenza francese davanti a una crisi aziendale

L’irruzione degli arrabbiati e il manager in precipitosa fuga riportano allo spirito rivoluzionario e alla stagione sessantottina del «Ce n’est qu’un début, continuons le combat» (è solo l’inizio, continuiamo la lotta). Magari sarebbe meglio continuarla sotto altre forme, anche se la notizia dei 2.900 esuberi nella compagnia di bandiera francese ha fatto venire voglia a qualcuno, evidentemente esasperato e preoccupato per il destino suo e della sua famiglia, di menare le mani.

Nel giorno dei commenti spiccano quelli italiani. I sindacati rifuggono dalla violenza, i parlamentari si dividono e c’è chi giustifica gli estremi (ma anche inutili) rimedi. Bisognerebbe aggiungere che nel nostro Paese tutto ciò non potrebbe accadere, tantomeno riguardo ad Alitalia che pure è stata a lungo messa peggio di Air France, e probabilmente senza l’accordo con Etihad sarebbe fallita. Gli esuberi dichiarati di Alitalia erano addirittura novemila, ma hanno ottenuto una cassa integrazione di sette anni all’80% dello stipendio. Vale a dire un assegno mensile per tutti superiore ai 2.000 euro, per molti ai 5.000 euro, per alcuni ai 10.000 e per pochi fortunatissimi ai 20.000 euro (sì, al mese). Il fondo dell’Inps dal quale ancora oggi vengono prelevate le somme pesa per il 96% sulla fiscalità generale. E ogni viaggiatore, col biglietto, è tenuto a pagare una tassa per alimentarlo. A pagare il conto di tutto questo sono i cittadini. In Italia la camicia strappata è come al solito la loro.


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Giorgio Gandola Direttore de L'Eco di Bergamo

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