«Curiosità e istinto per la moda» Rosy Biffi racconta la sua Bergamo
Rosy Biffi

«Curiosità e istinto per la moda»
Rosy Biffi racconta la sua Bergamo

A tu per tu con Rosy Biffi: secondo Milano Finanza, la buyer milanese, con una «base» anche a Bergamo, è tra le cento persone in Italia che nel mondo della moda sta lasciando un segno anche a livello internazionale.

Indossa solo pantaloni, non veste mai di nero e nel colore ci sguazza come una ragazzina curiosa, con il taglio di capelli corto e ribelle, gli occhi vivaci e sempre attenti: sul taglio del cappotto, sull’abito appena scelto. Su un mondo che ha costruito insieme alla sorella Adele fin dagli anni Sessanta e che l’ha incoronata tra i nomi più influenti nel mondo della moda internazionale. Rosy Biffi, milanese d’origine, nei primissimi anni Settanta ha aperto a Bergamo una boutique che racconta le sue scelte d’avanguardia e la sua passione per una moda di ricerca.

Una chiacchierata tra una prova d’abito e un dettaglio di colore, una lavorazione e una texture, con Rosy Biffi poco incline ai protagonismi, appassionata a raccontare le storie dei «suoi» stilisti che ha scoperto nella sua carriera, di quei capi amati e scelti, delle sue «decisione istintive, fatte da sensazioni immediate».

Ha rilasciato nella sua carriera pochissime interviste. Eppure lei è, secondo Milano Finanza, tra le cento persone in Italia che nel mondo della moda sta lasciando un segno anche a livello internazionale.

«Sono una che ama la realtà, l’oggi e l’adesso. Ma soprattutto amo stare dietro le quinte: io penso agli abiti e sono quelli da raccontare. Non me stessa».

Come è approdata a Bergamo?

«Avevamo già due boutique a Milano (ora sono tre, ndr) e conoscevo molto bene la famiglia Cassera, bergamasca: a qui tempi si occupava di produrre dei capi per Krizia, brand in cui ho creduto subito e che avevo inserito nei miei negozi. Mi propose di aprire a Bergamo e ricordo ancora la prima volta che sono arrivata in questa città: da viale Papa Giovanni lo sguardo su Città Alta fu amore a prima vista. Ricordo anche via Tiraboschi: negli anni Settanta non c’erano boutique, ma negozi di vicinato, tra una macelleria e un bar. Non ebbi alcun tentennamento, né volli valutare la più commerciale e centrale via XX Settembre. Da quel locale, seguì lo spazio accessori e, recentemente, il nuovo corner espositivo».


Tutto l’intervista acquistando a 0.99 euro la copia digitale de L’Eco di Bergamo del 12 settembre

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