Appalti pubblici ora basta imbrogli

Appalti pubblici
ora basta imbrogli

Dopo numerosi piccoli interventi effettuati negli ultimi tre anni, finalmente il Senato, il 19 giugno scorso, ha approvato a larghissima maggioranza (184 si, 2 no e 42 astensioni) un disegno di legge di riforma organica del codice degli appalti pubblici.

Il nuovo codice, composto non più da 600 ma da soli 200 articoli, recepisce con largo anticipo tre direttive europee la cui scadenza era fissata al luglio 2016. Il provvedimento dovrà ora passare all’esame della Camera, dopo di che la palla andrà al governo che dovrà approvare, entro sei mesi, una serie di decreti legislativi sulla base delle linee guida fissate dalla delega. Obiettivo della riforma, attesa da anni, è quello di uscire dalla logica dell’emergenza e dare una maggiore certezza delle norme e facilità di monitoraggio delle procedure di gara.

Fino ad ora, come ha ricordato il ministro Delrio, «un sistema farraginoso, con procedure lunghe, varianti e norme speciali, ha generato contenziosi e innalzamento dei costi, compromettendo lo sviluppo infrastrutturale». Non sono pochi, quindi, gli aspetti di rilievo della riforma. È stato posto un freno agli «appalti integrati» - cioè all’abitudine di affidare i lavori e insieme la relativa progettazione - allo scopo di dare maggiore tutela all’attività degli studi professionali. Le «stazioni appaltanti», tutti gli enti e i soggetti che bandiscono le gare, sono state ridotte da circa 36 mila ad appena 200, allo scopo di realizzare una maggiore trasparenza ed efficienza nell’esecuzione dei lavori.

Particolare attenzione è stata riservata alla procedura del «subappalto», che è stata spesso causa di prolungate interruzioni o di incompiutezza delle opere, stabilendo che, in caso di inadempimento da parte dell’appaltatore, la stazione appaltante dovrà procedere al pagamento diretto dei subappaltatori. Inoltre, i concorrenti avranno l’obbligo di indicare, in sede di presentazione dell’offerta, le parti del contratto che intendono subappaltare e una terna di subappaltatori per ogni tipologia di lavorazione. Ancora, per la selezione delle imprese non saranno presi in considerazione solo requisiti quantitativi, come il fatturato e il numero di addetti, ma anche requisiti qualitativi tra cui, in particolare, la «buona condotta» tenuta negli appalti precedenti. Ne conseguirà che le imprese capaci di rispettare i tempi di consegna delle opere, senza creare contenziosi con i committenti, avranno maggiori possibilità di accesso al mercato dei lavori pubblici. Seguendo alcune raccomandazioni inserite nelle direttive europee, è stato disposto che tanto gli appalti quanto il valore stesso delle gare assumano contorni o volumi tali per cui anche le piccole e medie imprese possano accedervi. E ancora, sono stati introdotti nuovi bonus per favorire il coinvolgimento di imprese locali, che operano dove il lavoro si svolge.

A tutto ciò va aggiunto il rafforzamento dei poteri attribuiti all’Autorità anticorruzione, presieduta dal magistrato Raffaele Cantone (Anac). Quest’organismo avrà il compito di fornire linee di indirizzo al mercato, emanando circolari, principi di riferimento e bandi modello. Potrà anche bloccare in corsa le gare che risultassero irregolari, senza attendere che vengano completate e potrà chiedere alle stazioni appaltanti, prima dell’eventuale commissariamento, di annullare le gare sospette di corruzione con una procedura di autotutela.

Raffaele Cantone, interrogato da alcuni giornalisti dopo la votazione al Senato, si è dichiarato in totale sintonia con la riforma, che ha definito «una bella pagina politica» e ha aggiunto: «All’interno del mondo imprenditoriale è sempre più chiaro che la legalità non ha solo una dimensione morale, ma è anche un modo per uscire dall’impasse del sistema delle grandi incompiute».

C’è da sperare, quindi, che il nuovo codice degli appalti pubblici contribuisca anche ad alimentare la ancor fragile ripresa, rendendo possibile lo sblocco dei tanti cantieri sparsi per l’Italia che, secondo l’Associazione dei costruttori (Ance) sarebbero circa 5.300, per un valore complessivo di 9,8 miliardi di euro. Sul tema della illegalità si è pure diffusamente intrattenuto, nella sua relazione annuale al Parlamento, il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, che ha auspicato maggiore concorrenza e più penetranti controlli di legalità nel settore degli appalti pubblici, nei quali si annida la «corruzione come una tassa occulta che grava sull’intero sistema, rappresentando un vero e proprio cancro economico».

Tutte queste considerazioni richiamano il governo ad un ulteriore impegno, affinché l’iter procedurale della riforma si compia nel più breve tempo possibile. Non è più tollerabile che l’Italia continui ad essere il Paese degli imbrogli, degli scandali e delle tangenti. Che strade ed autostrade siano costruite male. Che ponti e viadotti rimangano incompiuti o diventino pericolanti a pochi mesi dalla loro ultimazione. Che scuole e molti altri edifici pubblici si dimostrino inagibili dopo poco tempo dal collaudo dei lavori.


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