Destra e Sinistra  non sono uguali

Destra e Sinistra
non sono uguali

Una delle convinzioni di successo dei tempi nuovi è che non abbia più senso parlare di destra e sinistra, due archetipi che sarebbero da archiviare insieme alle ideologie del secolo breve. Giusto o no? Da buttare anche uno degli ultimi e fortunati lavori di Norberto Bobbio, sui caratteri della destra e, per differenza, della sinistra? È certo vero che il semplice schema destra-sinistra non può più leggere compiutamente la realtà complessa della modernità pluripolarizzata e al tempo stesso globale.

Se le vie del mondo sono tanto cambiate, dovrebbe cambiare anche la segnaletica, ma la distinzione culturale continua ad aver senso, e lo si vede ogni volta che ci si schiera di fronte ai grandi fenomeni del nostro tempo: l’immigrazione, le nuove povertà della classe media, la finanziarizzazione dell’economia, il terrorismo, i passi avanti e indietro di ogni giorno, persino Danimarca e Svezia che rimettono in piedi le frontiere.

Riflettere su destra e sinistra non è però accademia astratta, perché se ci si rassegna al fatto che le idee non contano, che tutto è melassa indecifrabile e che, in politica, «sono tutti uguali», il più pericoloso degli slogan antidemocratici, tutto questo è solo veleno. Meglio ritrovare il buon senso almeno delle distinzioni essenziali e però depurare le contrapposizioni di scuola dalle retoriche valoriali, cioè dalle pretese superiorità morali degli uni o degli altri. Il punto è che proprio quando i concetti tradizionali di destra e sinistra hanno iniziato ad entrare in crisi, in Italia siamo riusciti a tenerli in vita artificialmente, creando quasi due alias, due brutte copie.

Difficile dire se questo è accaduto più per responsabilità della sinistra, con la «gioiosa macchina da guerra» di occhettiana memoria, o più per la capacita del marketing berlusconiano di farne un mostro da additare ai moderati, anche quando era guidata dal pacioso Prodi. Ma il risultato é stato il mancato rinnovamento delle idee, pur tra slogan roboanti, per cui ci troviamo oggi, vent’anni dopo, non solo in ritardo, estenuati da contrasti inutili, ma anche senza strumenti culturali per venirne fuori. Il Paese immobile descritto dal Censis trova anche in questo le sue premesse. E allora abbandonare destra e sinistra, in nome di un «oltre» di cui non si distinguono i contorni, fa solo il gioco degli improvvisatori, legittimati dalla rabbia sociale e incoraggiati da spazi liberi enormi. I barbari non erano di destra o di sinistra, ma hanno vinto per debolezza dei loro nemici.

Se poi il partito della «destra» si dissolve fino addirittura alla tentazione di presentarsi come anonima lista civica, e quello della «sinistra» è troppo dipendente dalla figura del leader, nasce un nuovo bipolarismo malato: da un lato il ricatto del partito omnibus – «tutti sul carro con me, per salvare la nazione» – e dall’altro il partito del vaffa, appunto né di destra né di sinistra, ma solo contro, per coalizzare tutti gli scontenti, che già aumentano ogni giorno per conto loro. L’esempio Tzipras non é servito, mentre la Francia è in gran difficoltà ma ci ha dimostrato che destra e sinistra, se radicate, possono sia pur fortunosamente salvare la Republique. E questo é avvenuto perché la sinistra non ha avuto paura addirittura di evocare la guerra civile, e perché la destra ha fatto argine sul proprio fianco, respingendo le sirene estremiste.

In Italia é invece sempre più evidente la resa del centrodestra tradizionale ai vantaggi effimeri di un populismo anti Europa che ne contraddice storia e valori, con la differenza però che Salvini può anche superare Forza Italia, ma non riuscirà mai a governare da solo, e i 5Stelle sono invece un partito ben più nazionale e più interclassista della nuova Lega, potenzialmente in grado di battere la sinistra riformista all’incauto ballottaggio della legge Boschi. Buoni ultimi, stanno arrivando anche gli elettori storici del Centro Italia, stravolti dai propri piccoli azzardi finanziari e dalle grandi prepotenze dei bancari di fiducia.

Come concludeva però Giorgio Gaber nella sua celebre filastrocca su destra e sinistra «tutti noi ce la prendiamo con la storia, ma io dico che la colpa è nostra». Una colpa da meditare, prima di attribuirla sempre ad altri.


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