I violenti
decidono per noi

Al di là di qualche crepa, il provvedimento del ministro Angelino Alfano dimostra una cosa: che il calendario delle partite a cui uno vuole assistere a Bergamo dipende non solo dal proprio stato d’animo, ma anche da quello di un manipolo di violenti.

Lo si era capito dopo la famosa domenica del tombino. (Atalanta - Milan del 2007), con gli ultrà impegnati a far sospendere la gara, i bimbi in lacrime, una città attonita e le immagini che avevano fatto il giro del mondo. Mai più, si era urlato. Ma l’indignazione è un’emozione a breve gittata, e in poco tempo la situazione era tornata come prima, con la tifoseria nerazzurra di nuovo in grado di godere delle simpatie generali, addirittura di sponde di personaggi istituzionali.

Comprensibile: perché che partita sarebbe senza le coreografie e il sostegno degli ultras? E poi, il grosso della tifoseria è composto da gente per bene, giusto? Certo, ma il problema è che questa maggioranza stenta – al di là dei dibattiti interni o sui blog – a prendere le distanze dai violenti. La riprova è la fatica con cui la Nord sta cercando di stilare un comunicato di condanna degli scontri. Annunciato giovedì, a ieri sera (e cioè, a 6 giorni dai fatti) non era ancora stato reso pubblico.

Detto questo, resta da capire se il pugno di ferro di Alfano sia la conseguenza dell’onda emotiva o abbia il suo perché. Di sicuro è un chiudere la stalla a buoi scappati. L’Osservatorio del Viminale avrebbe dovuto vietare la trasferta dei giallorossi. Perché la partita veniva definita dalla Digos quella più a rischio della stagione: alla rivalità storica, quest’anno si aggiungeva il delitto di Ciro Esposito, che ha aperto fra le altre tifoserie una gara a chi la fa pagare ai supporters della capitale.

Per evitare il macello sarebbe bastata una lettura più attenta delle carte arrivate sul tavolo del Viminale. Dal quale, invece, ora parte un divieto di trasferta per tre mesi ai tifosi bergamaschi. Un provvedimento che odora di spot e denota carente conoscenza della tifoseria atalantina, scongiurato persino dalla questura di Bergamo. Perché, da quando è stata introdotta la tessera del tifoso, invisa ai duri e puri della Nord, oltre le Mura ci va gente che finora non ha mai provocato danni. Il decreto rischia inoltre di alimentare un vittimismo,di cui la Nord è maestra.

Perché già ieri qualcuno (Daniele Belotti, per non fare nomi) piagnucolava che per i disordini di Lazio-Juve non s’era adottata la stessa fermezza. Non ha tutti i torti, il leghista. Ma se si continua a tenere lo sguardo puntato lontano, risulta poi difficile accorgersi di quel che accade nel cortile di casa. Il Viminale agisce invece in modo mirato quando, per le partite casalinghe, avverte che il prefetto ha la facoltà di vietare la vendita dei biglietti di tutti i settori del Comunale a chi non è munito della tessera del tifoso e di disporre la sospensione dei voucher rilasciati ai tifosi della Nord privi di tessera.

Il voucher è un abbonamento parallelo introdotto per consentire di assistere alle gare anche a chi sceglie di non aderire alla tessera del tifoso. Facilmente intuibile che tra questi ci siano molti ultrà. Non è detto che siano gli autori degli scontri, ma rischiano di pagare pure loro il prezzo dei tafferugli. Giusto? In teoria no, ma quella scatenata sabato sembrava una guerra e bastava leggersi le testimonianze dei poliziotti feriti per capirlo.

La cultura dell’emergenza non ci è troppo gradita (il collettivo Luther Blisset ci ha scritto un libro molto documentato), ma quando si è in guerra il coprifuoco vale per tutti. Anche per le persone per bene. E chissà che, con la spada di Damocle del divieto di accesso allo stadio, l’indignazione nei confronti dei violenti stavolta non duri un po’ di più. E che qualcuno finalmente si smarchi in modo netto e definitivo. In fondo, sono solo un centinaio: non si può restare ostaggi in eterno di un pugno di imbecilli.

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