La voglia d’esserci e le pagelle ai prof

La voglia d’esserci
e le pagelle ai prof

Gli studenti daranno il voto ai prof e il voto contribuirà a determinare, attraverso la presenza di uno studente nel Nucleo di valutazione, il Rapporto di autovalutazione annuale, con ricadute sull’esito dell’anno di prova dei nuovi docenti e sugli stipendi di tutti gli altri.

Il quadro di partecipazione degli studenti disegnato dal sottosegretario Davide Faraone (il cantore delle occupazioni del buon tempo andato) dentro il decreto Buona Scuola ha entusiasmato gli studenti e fatto impallidire i docenti. Ma sarà proprio e davvero così? Il decreto della scuola renziana arriverà a febbraio, e fino all’ultimo secondo non si può dire cosa conterrà. Certo, le linee sono note fin dalla presentazione del documento «La buona scuola», sostanzialmente confermate a valle della consultazione urbi et orbi che ha coinvolto un milione e 800 mila partecipanti con 207 mila partecipanti on line, 2.040 dibattiti sul territorio, un diluvio di domande e proposte. Ma fra l’idea generale e la trasformazione in realtà attraverso meccanismi particolari, come sanno tutti gli ingegneri, ce ne corre.

In questi giorni Davide Faraone sta incontrando, attraverso le loro associazioni e rappresentanze, tutti i «portatori d’interesse» (per esempio, dopo gli studenti ha incontrato le reti di scuole autonome, che chiedono un riconoscimento istituzionale per poter agire a livello amministrativo). Agli studenti che chiedono maggior partecipazione, ha assicurato un ruolo attraverso la possibilità di esprimere un giudizio sulla validità degli insegnamenti che ricevono e su come li ricevono.

Di fatto la pratica dei questionari di gradimento è ormai diffusa nelle università ed è stata inclusa nel sistema di valutazione nazionale sotto forma di termometro per valutare l’approccio didattico, la temperatura dei rapporti umani in classe fra compagni e fra docenti e studenti. Il punto è che finora i procedimenti sono stati impersonali, o almeno collettivi. Le parole di Faraone hanno instillato il dubbio che la faccenda diventi personale, per non dire personalistica. Il prof severo ostaggio degli sbracati, costretto ad abbassare l’asticella per alzare il bancomat; il prof fascinoso al limite del plagio al quale basta uno sguardo circolare sulla classe adorante per scalare la top ten del Nucleo di valutazione.

Non sarà così. Primo perché gli studenti sono meglio di quanto li dipingono. Poi perché bisogna vedere la struttura dei questionari, che parole esattamente contengono e a chi esattamente si rivolgono. Infine, perché nel Nucleo di valutazione lo studente sarebbe uno: più un preside e tre docenti. E di come funzionerebbe, con quali regole, limiti, facoltà e mandati funzionerebbe, nessuno ha ancora parlato.

In realtà la partecipazione degli studenti è un topolino che guarda due montagne: la valutazione e la carriera dei docenti, collegate dalla corda tesa del 60%, la quota dei premiabili per ogni passaggio. Il meccanismo aritmetico è così arbitrario da apparire surreale ed è destinato a scomparire. Con la percentuale, tenteranno di far crollare anche il principio della differenziazione di stipendio per merito e, alla fine, invece di qualcosa per qualcuno, ci sarà quasi niente per tutti.

La vera questione resta perciò in ogni caso fuori dalla portata dei ragazzi. Del resto è dal 1998 che rimbalza sui tavoli, inafferrabile per i cittadini e letale per i ministri. Tuttavia , attraverso gli studenti, viene riaperta l’altra questione cruciale: quella della partecipazione della comunità alla gestione della sua scuola. E non è poco.


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