Lo sguardo di un bimbo per un futuro di pace

Lo sguardo di un bimbo
per un futuro di pace

Voci e volti. Istantanee di un mondo così lontano eppure così vicino che quando ci arrivi ti sembra di esserci entrato direttamente da casa, attraverso la tv. Kabul è qualcosa che ti entra dentro e non ti lascia più. È la percezione dell’abisso e della vetta dell’animo umano.

L’abisso di chi ha trasformato una città di mitologica bellezza in un cumulo di macerie e dolore, in un «enorme termitaio umano – la definì Tiziano Terzani – brulicante di misera umanità; un immenso cimitero impolverato». La vetta dell’orgoglio di chi ci deve vivere senza altra colpa che quella di essere nato nel posto sbagliato al momento sbagliato, o di chi ha scelto di viverci senza saperne nemmeno lui il perché. O Forse soltanto perché, come ha scritto Khaled Hosseini, «esiste un modo per tornare a essere buoni».

«Qui gli stranieri sono tanti – ci disse un giorno padre Peppino, comboniano di Palermo e cappellano militare –, militari e civili. Se chiede a ognuno di loro perché sono qui, tutti tireranno fuori un motivo diverso l’uno dall’altro. Ma alla fine siamo tutti qua per una sola ragione: portare la pace a questa gente, spinti da un disegno superiore di qualcuno più grande di noi».

Voci e volti. Come quello di Aminzai, l’anziano, per tutti a Kabul il Professore. Antropologo, insegnò all’università di Venezia e tornò nella sua terra dopo la cacciata dei sovietici: «Ero felice, pensavo che per il mio Paese potesse cominciare una nuova era. Cominciò, ma non era quella che tutti sognavamo». Fu l’era dei signori della guerra – aperta nel 1992 dall’omicidio del presidente Najibullah – che si contendevano Kabul bombardandola dai quattro punti cardinali: «Un giorno contarono 600 missili caduti sulla città: era stata una giornata tranquilla, certi giorni ne cadevano anche tremila».

Tutti contro tutti, una sorta di Bosnia asiatica. In mezzo, la popolazione civile: 65 mila morti in quattro anni. Poi, nel 1996, vinsero i talebani... Voci e volti. Come quello di Farid, il giovane. Portato in Italia dal ministero degli Esteri per imparare la lingua e stupito di scoprire un popolo senza divisa: «Vi immaginavo come una nazione fatta di soldati, qui vi conosciamo solo attraverso i militari. Che ogni volta che entro alla base, anche se sono amico di tutti, mi controllano minuziosamente. È come se ogni volta dovessi dimostrare di non essere terrorista. E allora non bisogna stupirsi se, agli occhi degli afghani, gli italiani ogni volta devono dimostrare di non essere invasori».

Voci e volti. Come quello di Humairaia, la donna. Giovane direttrice di Sahar radio, emittente al femminile nata per spiegare alle donne i loro diritti. Un simbolo di emancipazione impensabile, finché non ti accorgi che, pur parlando un ottimo inglese, non dialoga direttamente con stranieri maschi. Lo fa solo attraverso un interprete, salvo poi correggerne sistematicamente le inesattezze nella traduzione. Voci e volti. Come quelli dei bimbi di Kabul. Sorridenti e tosti, incuriositi da tutto. Anche dal Rosario di padre Peppino, di fronte al quale uno di loro strabuzzò gli occhi: «Ma tu preghi come noi», disse cogliendone la somiglianza con quelli utilizzati (anche se con significati diversi) dai fedeli musulmani.

E forse proprio lì, nella sorpresa di un bambino, sta la chiave di lettura che può salvare il mondo dall’ondata di violenza e intolleranza che ha colpito al cuore Parigi. E che in Nigeria, i bambini, li usa come kamikaze per fare strage in un mercato.


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