«Non ho più parole  davanti a quel bimbo»

«Non ho più parole
davanti a quel bimbo»

«Non ho parole per commentare l’immagine del bimbo siriano morto annegato e nemmeno l’immagine dei migranti marchiati»

Mi sento svuotato, come se la vitalità del mio cuore si fosse improvvisamente esaurita. La sofferenza solitamente solleva molte domande nella coscienza e rende anche più saggi, più capaci di valorizzare la vita, le relazioni. Questa sofferenza invece entra come un peso sullo stomaco, toglie il respiro e la parola. Che cosa si può dire ancora? Abbiamo sentito in questi mesi le diverse dichiarazioni sull’emergenza migranti, ci siamo chiesti varie volte come mai l’Europa fosse così lenta nel prendere decisioni. Abbiamo discusso sulla necessità o meno di accogliere i migranti, anzi, qualcuno approfitta per cercare consensi, voti, e rafforzare così il proprio partito politico. Abbiamo anche detto che l’Onu dovrebbe intervenire e iniziare a porre mano alla situazione della Siria e di altri paesi della zona. Forse non accade nulla perché non si vuol dire esplicitamente che l’Isis è stata armata da altri che ora ne denunciano ipocritamente la violenza. Non si vuole ricordare l’attacco della Francia alla Libia attuato senza nessuna progettazione politica, istituzionale e culturale, attacco al quale, per altro, anche noi abbiamo partecipato. Insomma, l’occidente non vuole mettere sul tavolo le proprie responsabilità. I nostri amici degli Usa ora si preoccupano della destabilizzazione dell’area mediterranea e europea, ma anche loro non muovono un dito perché finalmente tale questione venga affrontata dall’Onu.

Molte di queste cose le sappiamo, le ripetiamo da mesi, anni. Tuttavia viviamo questo movimento di popoli come se dovessimo trovare il colpevole che sta all’origine di questo fastidio. E il colpevole lo abbiamo trovato: è il disperato che scappa dall’inferno. E’ lui che si permette di venire a disturbare l’equilibrio della nostra esistenza quotidiana. Non voglio infilarmi nei meandri dei discorsi medi, che vanno da chi dice che dobbiamo alloggiare i migranti su una piattaforma in mezzo al mare, a chi invece vorrebbe accoglierli, ma si preoccupa giustamente del numero, dell’accoglienza, dell’integrazione. Non sono esperto, ho solo l’impressione dell’improvvisazione con la quale, a volte, abbiamo affrontato il problema, e avverto il fatto che l’Europa ci ha lasciati sostanzialmente solo a affrontare questa tragedia.

Voglio solo domandarmi perché è così difficile capire la disperazione. Come mai non riusciamo a capire il livello di soffocamento, di chiusura di ogni prospettiva di vita che spinge delle persone a lasciare la propria quotidianità per affrontare un esodo enigmatico e pericoloso? Forse noi da tempo, grazie a Dio, non abbiamo più esperienze di questo tipo. Non veniamo inseguiti da bombardamenti, da bande armate che ti eliminano se non sei dalla loro parte. Ma è possibile che non avere queste esperienze ci rende così impermeabili alla disperazione altrui? Siamo obbligati a sbattere in prima pagina l’immagine terribile di un bambino morto per avere anche solo un sussulto. Ma da dove viene questa anestesia del cuore? L’ultimo respiro di quel bambino, lo strazio di quei genitori sconosciuti, riesce a arrivarci dentro? Io non voglio morire svuotato, non ho intenzione di lasciare che il mio cuore si inaridisca a tal punto. Se gli interessi nazionali e internazionali non consentono di intervenire in quei luoghi per ripristinare la giustizia e la pace, allora l’Occidente ha concluso la sua storia, non ha più nulla da dire, solo armi e tecnologia da vendere. Voglio sperare che invece ci siano ancora persone che contano più di me, il cui cuore non sia del tutto anestetizzato e che comprendano come il bambino morto, simbolo di tanti altri bimbi di cui non sappiamo, sia l’evento brutale che ci aiuti a ricomprendere la disperazione e, per una volta, a mettere l’interesse a la cura per l’uomo, prima di altri interessi. Solo così la sofferenza aiuta a diventare uomini più profondi e a non perderci nel nulla di una quotidianità ovattata nella quale il grido dell’altro non riesce a entrare.


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