Tra Uber e i tassisti io scelgo gli utenti

Tra Uber e i tassisti
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Il principio di concorrenza non è davvero tra quelli più popolari in Italia. Lo dimostrano ancora una volta il faticoso dibattito di questi giorni in Senato e emblematicamente lo sciopero dei taxi (insieme a treni e metro) proclamato contro le insidie di Uber. La concorrenza contrasta con due culture che hanno svolto un ruolo egemone, ancorché astratto, spesso solo declamatorio, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso: quelli della solidarietà e della pianificazione. Ma è solo una fisima, perché, anche senza entrare nel merito, non confliggono per forza con quella della competizione e del confronto, che sono alla base della concorrenza. È solo un pregiudizio ideologico.

Luigi Einaudi, che si scontrò con Benedetto Croce, per difendere il liberismo economico, fermandosi peraltro di fronte all’obiezione che il liberalismo supera ed assorbe il liberismo, era notoriamente a favore della piena concorrenza del mercato, ma non aveva in mente un vacuo «lasciar fare». Guardava soprattutto al pericolo che veniva, alla libertà di mercato, dai privilegi e dai monopoli, proprio il rischio che si annida dentro la solidarietà, quando è strumentale, e il dirigismo, quando pretende con superbia di saperne più dei consumatori.

In un magnifico articolo sul Corriere dedicato alla riscoperta del riformismo di Einaudi e di Sturzo, Giuseppe Bedeschi ricordava peraltro nei giorni scorsi che Einaudi stesso conveniva con Federico List, il tedesco che precorse la Comunità economica europea, che è ingenua «la credenza che potesse essere vitale e bastevole a se stessa una economia fondata sulla concorrenza». Là dove ci sono necessità vitali da preservare, là dove – aggiungiamo – c’è un Paese ricco ma con 4 milioni di persone sotto la soglia della povertà, lo Stato ha una grande funzione, non acriticamente solidaristica e tantomeno dirigistica, ma di garanzia delle opportunità attive, da riconoscere a tutti, soprattutto tramite l’istruzione. Senza paternalismi e, diceva sempre l’economista piemontese, senza provvidenze per un «benessere voluto procurare agli operai per legge». La povertà non si combatte per decreto e la concorrenza richiede solo la legge che la riconosca. Quella appunto che manca, come dimostra il penoso iter della legge ora forse in dirittura d’arrivo al Senato, ma partita più di un anno fa con ben altre pretese, quasi un’applicazione pratica del principio renziano della disintermediazione. Che è un bel principio solo se agisce senza contraddizioni, altrimenti è solo la pretesa della politica di spazzar via corpi intermedi che fin dai tempi di Tocqueville, e proprio secondo Einaudi e Sturzo, sono alimento della democrazia. Ai nastri di partenza veniva promesso un disboscamento dell’eterno corporativismo italiano e si inanellavano provvedimenti che colpivano a 360 gradi ovunque si annidasse una posizione di controllo forzoso del mercato.

In un anno, l’albero ha perso quasi tutte le foglie ed è diventato un cespuglio che può accontentare solo il principio che poco è meglio di niente. Si sta prefigurando l’ennesima occasione perduta. E le corporazioni festeggiano attorno ad una torta dalla quale è escluso il consumatore. Che come sempre non riesce a far sentire la sua voce,o forse é indifferente perché, con l’inflazione sotto zero, tutto sommato, non sente la mancanza di uno scontro sano tra le ragioni della domanda e la forza, che può essere dominante, dell’offerta. Tutti i nodi principali, quelli veri, non sono stati sciolti: i farmaci di fascia C sono sempre esclusi dalle parafarmacie, restano i limiti del cosiddetto mercato libero dell’energia, manca il completamento della liberalizzazione introdotta (dopo 77 anni!) per le società di professionisti, persiste il contrasto sulla possibilità di creare società semplificate senza il timbro notarile, prosegue la guerra sui limiti dell’affidamento «in house» dei lavori pubblici, cioé quelli che si sottraggono alle gare (il governo dice 20%, ma si vuole il 40%). Per finire poi con il solito capitolo dei taxi. Dopo aver beffato Bersani nel 2006 e Monti nel 2012, i tassisti stanno per vincere anche con Renzi. L’Italia delle lobby corporative non la rottama neppure il rottamatore.


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