Venerdì 23 Maggio 2003

Incubo finito a quota ottomila l’alpinista spagnolo è vivo

«Carlos è vivo». Il messaggio è arrivato come un tuono in Italia e da qui è rimbalzato in Spagna, a Pamplona, dalla moglie Mila, che non aveva mai smesso di sperare.

Era sera ieri, al campo base, quando Mario Merelli, Silvio Mondinelli, Christian Kuntner e Kobj Reichen stavano entrando in tenda, dopo una giornata trascorsa con il cuore stretto nei ricordi. Poi, all’improvviso, delle voci: qualcuno che chiama dall’alto del ghiacciaio. E allora su, a scrutare il buio. Si scorge in lontananza una pila: è Carlos, che torna dall’inferno. Perché questo per lui è stato il Kangchenjunga. Un inferno bianco dove ha trascorso due bivacchi notturni in solitaria, senza tende e sacco pelo. Nulla da bere o da mangiare. Solo il freddo a fargli compagnia, insieme a una forza che rende leggendaria la sua discesa.

Carlos Pauner era giunto in vetta con gli altri membri della spedizione alle 17 di martedì 21 maggio, dopo due notti trascorse a campo III. Qui aveva atteso le condizioni meteo più favorevoli per tentare la cima, raggiunta dopo 17 ore di salita. Dopo la ritualità tipica di ogni arrivo in vetta - rapide fotografie e riprese video, qualche cenno e una stretta di mano - ha iniziato la discesa insieme al gruppo, cercando di fare più alla svelta possibile. Carlos ha distanziato gli amici, si è perso nella bufera. Due bivacchi notturni nella bufera. Poi ancora giù, finendo addirittura in un crepaccio profondo un centinaio di metri, fino ai campi bassi, sino ad avvistare il campo base e a chiamare gli amici.

Quegli amici che temevano di averlo perso per sempre, che il Kangchenjunga se lo fosse preso. Ma così non è stato. La storia ha avuto tutto un altro finale.

(23/05/2003)

u.negrini

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