Giovedì 20 Febbraio 2014

La Fontana lanciata da Stelio Conti

«Così ho portato Arianna a Sochi»

Stelio Conti

C’è un filo d’Arianna che lega ancora Stelio Conti alla nazionale azzurra di pattinaggio su ghiaccio di velocità. È Arianna Fontana, un razzo tricolore sul ghiaccio di Sochi, dove venerdì proverà a entrare nella leggenda centrando l’oro nei 1.000 metri.

Conti ha 51 anni, è bergamasco, per quattordici (e cinque Olimpiadi) è stato commissario tecnico dello short track, e ovviamente conosce la star azzurra di Sochi come pochi altri. Fu lui, a Torino 2006, a gettarla nella mischia, facendola divenire la più giovane italiana di sempre sul podio di una kermesse a cinque cerchi. Fu lui, dieci anni fa, a segnarne la storia sportiva, strappandola al pattinaggio su rotelle.

Buongiorno prof, ricorda quel giorno?

«Come no, era l’estate del 2004, e scesi a Cassano d’Adda dal responsabile della squadra azzurra di pattini a rotelle. Arianna era un fenomeno anche su quelli, gli chiesi di non convocarla più per un certo periodo e fu di parola. Non so se lei l’abbia mai saputo, ma con il senno del poi non se la prenderebbe, credo…».

Già, ora con le sue cinque medaglie olimpiche in tre edizioni consecutive la precedono solo Belmondo e Di Centa.

«È una predestinata, e poteva essere più in alto senza i problemi di squadra a Vancouver, dove s’è presa solo un bronzo. Smetterà a breve? Secondo me no. In estate si sposerà e poi la rivedremo in pista, perché a 23 anni ha ancora tanto da dare, perché è affamata come pochi altri».

Domani, per confermarlo, c’è la finale dei 1.000 metri.

«La sua distanza, quella in cui può abbinare strategia e velocità. Mancano le due cinesi favorite, la strada per l’oro è meno impervia, molto dipenderà da quella partenza che la penalizza sempre un po’: inizia con le lame incrociate, guadagna in traiettorie ma perde in prontezza».

Quando la vide la prima volta?

«A Bormio nel 2001, aveva undici anni, le sue potenzialità erano già evidenti. Se le ha espresse è stato grazie anche alla famiglia che ha avuto alle spalle: tre volte a settimana la mamma si sobbarcava 150 chilometri per portarcela al palaghiaccio, chiedendo solo di farla divertire. Gente umile e laboriosa, simile a certi bergamaschi di una volta».

La federazione, alla Fontana, concesse una wild card.

«Anagraficamente parlando avrebbe dovuto gareggiare fra le junior C, ma non c’era storia, doppiava tutti, maschi compresi. Per rendere utili le gare in Italia la inserimmo direttamente fra le junior A, con avversari di quattro anni più grandi: vinceva comunque, ma almeno si abituava a sorpassi e traiettorie».

Il suo forte, insieme alla tempra agonistica.

«Una volta, a Baselga di Pinè, si ruppe un malleolo e uscì dalla pista senza versare una lacrima: ce ne accorgemmo solo in ospedale, dopo le lastre. In quei tre anni che l’ho allenata era testarda e non si accontentava mai: non ricorda di averla mai vista esultare dopo una vittoria».

Fu lei a inserirla nella staffetta (di bronzo) a Torino 2006.

«Aveva solo 15 anni, ma non fatemi passare per un visionario: era una certezza, non un azzardo. Fece una grandissima frazione, in pista ci sapeva fare, fuori aveva un caratterino non sempre facile da gestire. Potessi raccontare tutti gli aneddoti sulla vita in albergo…».

Ci accontentiamo di quelli in pista.

«Nella rifinitura sul giro secco di quel periodo, mettevo in palio 100 euro di tasca mia, appannaggio di chi sarebbe arrivato per primo alla balaustra. Nove volte su dieci Arianna batteva pure i maschi, una cannibale».

Forte di testa, quindi, ma anche sotto il profilo fisico.

«È alta 1,61 per 54 chilogrammi, reattiva come una molla, avrebbe potuto fare atletica: senza lavori specifici, nove anni fa, correva i 100 metri sui dodici secondi».

Capitolo Italia, siamo a quota 7 medaglie, due più del 2010.

«Tutti scrivete che manca solo l’oro, ma pochi si ricordano che a Lillehammer ‘94 le medaglie furono 20. Da allora il mondo è andato in avanti, mentre noi siamo tornati indietro. Colpa della crisi economica che si riverbera sul Coni, e di un’impiantistica assente o approssimativa, e ci inserisco anche la nostra città. Lo short track copre parecchie magagne...».

Specialità vincente, come ai suoi tempi.

«Un dato, più di tutti, mi piace ricordare: dei 52 medagliati azzurri sino a Torino 2006 dodici furono nella nostra specialità (sotto la sua gestione un oro, due argenti e un bronzo, ndr). Abbiamo lasciato un segno, otto anni fa mollai anche per motivi familiari: per tre lustri sono rimasto lontano da casa 200 giorni l’anno, troppi con una moglie e due figli».

Ora che fa?

«Vivo a Seriate, insegno educazione fisica al Caniana e alleno il settore giovanile della Sport Evoution Skating: fra gli altri, abbiamo due ragazzini promettenti, Surendra Villa e Federico Zambelli, ne sentirete parlare».

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