Lunedì 20 Giugno 2011

Grecia/ Se vuole soccorso europeo lo deve pagare con l'austerità

Roma, 20 giu. (TMNews) - Dodici miliardi di euro subito e dieci volte tanto a lungo termine - altri 120 miliardi secondo le ultime indiscrezioni di stampa - per consentire allo Stato greco di rimettersi in sesto senza finire in bancarotta. Sono queste le cifre attorno alle quali tra paesi dell'area euro si sta lavorando, in questo finale di primavera rovente sull'allarmismo dei rischi di debito. Una partita ruvida, come dimostra l'esito dell'ultimo vertice tra ministri delle Finanze dell'area valutaria: tutto rinviato - sia lo sblocco della nuova tranche di aiuti, sia e ancor più il rafforzamento dell'intervento - a dopo che la Grecia avrà ratificato a livello parlamentare i supplementi di austerità di bilancio che le vengono richiesti. Oggi la questione ha appesantito tutti i mercati europei, senza risparmiare la borsa di Atene che è tornata a calare e che a tarda seduta segnava un meno 1,96 per cento. Poco mosso invece l'euro che nel pomeriggio si attesta a 1,43 dollari. Intanto domani ad Atene si svolgerà un cruciale voto di fiducia del Parlamento, sul nuovo esecutivo approntato dal premier George Papandreou per cercare di superare le difficoltà politiche interne, che nei mesi passati si sono acuiti mentre si portava avanti un rigore sui conti pubblici che pure non si è rivelato sufficiente. Perché la partita più difficile resta quella che si gioca sui mercati, dove ad oltre un anno di distanza dal lancio del piano di aiuti appare sempre lontano, sempre più lontano l'obiettivo di convincere gli investitori che il paese ha imboccato la strada del risanamento. Le nude cifre di per sé giustificano lo scetticismo: un anno fa, nel maggio del 2010, venne avviano un piano di aiuti previsto a 110 miliardi di euro in tre anni, con un teorico parziale ritorno sul mercato dei bond dal 2012. Prima del varo degli aiuti i rendimenti sui bond greci a 10 anni di scadenza, cartina di tornasole delle percezioni di rischio dei mercati, avevano superato il 12 per cento. Ma ora questi tassi retributivi sono arrivati a superare il 18 per cento e sembra del tutto da scartare l'ipotesi di un ritorno del paese a rifinanziarsi anche solo in parte con emissioni di lungo termine.

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