Sabato 05 Novembre 2011

Berlusconi: Non mi dimetto.Pressing e incubo numeri non bastano.

Roma, 5 nov. (TMNews) - Bisogna aspettare le sei del pomeriggio perché ore di indiscrezioni, contatti frenetici e pessimismo dilagante, vengano derubricati alla voce "pettegolezzi" e "chiacchiere". E' così, infatti, che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, classifica l'ipotesi di sue dimissioni. E non perché la richiesta, per l'ennesima volta, sia arrivata dall'opposizione. Né per rispondere all'autorevole Financial Times che si spinge addirittura a invocare l'Onnipotente purché illumini il Cavaliere nella scelta del passo indietro. Le voci, questa volta, dicono che ad incoraggiarlo a una scelta sarebbero stati i suoi stessi fedelissimi, Angelino Alfano, Denis Verdini e Gianni Letta, nel corso di una difficile riunione ieri sera. Un vertice in cui i più alti dirigenti del Pdl avrebbero spiegato al premier la difficoltà di tenere sotto controllo i numeri della maggioranza e di individuare, ma anche di venire incontro, alla vasta zona grigia dei dissidenti. Al punto da prospettare il rischio di quota 306 alla Camera. A Berlusconi non sarebbe tuttavia stata avanzata una esplicita richiesta di passo indietro. D'altra parte quelle sono parole che semmai il Cavaliere è abituato a sentir pronunciare dalla "propaganda della sinistra", non certo dalla sua cerchia ristretta, ben consapevole di quanto sia, per usare un eufemismo, suscettibile sull'argomento. Tuttavia gli sarebbe stata ventilata la difficoltà di andare avanti in questo modo, insieme a un invito a valutare se non fosse meglio evitare di aspettare l'incidente in Parlamento. Il premier, spiegano, lì per lì, si sarebbe preso quantomeno il tempo per pensarci. Ma oggi sarebbe tornato sui suoi intendimenti originali: verificare i numeri in Parlamento. Martedì si vota sul Resoconto, poi c'è il ddl Stabilità. Le parole ufficiali con cui Berlusconi prova a stoppare lo scenario di una sua fine imminente sono contenute in una nota dal tono che sfiora quasi l'ironia. Con il premier che si dice dispiaciuto di deludere "i nostalgici della Prima Repubblica" abituati ai governi di "11 mesi". "Le responsabilità nei confronti degli elettori e del Paese - sostiene il presidente del Consiglio - impongono a noi e al nostro governo di continuare nella battaglia di civiltà che stiamo conducendo in questo difficile momento di crisi".

Bac/Rea

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