Mercoledì 03 Giugno 2009

Cina: dissidenti in Rete contro il silenzio su Tiananmen

Roma, 3 giu. (Apcom) - Per le vie di Pechino fervono già i preparativi in vista del 60esimo anniversario della nascita del Partito comunista cinese, che ricorre il primo ottobre, ma non c'è alcuna traccia dell'atteso e discusso anniversario, la repressione del movimento studentesco su Piazza Tiananmen avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989. Il silenzio scelto da Pechino è assordante. E' un nulla che avanza inesorabile e cancella ogni possibile ricordo o voglia di protestare. Anche su internet, dove il regime comunista cinese non ha mancato di spegnere le nuove tribune virtuali della democrazia come twitter, il 'cinguettio' del mini-blog con cui gli internauti possono dire la loro in modo veloce e globale, o come Facebook o Messenger di Hotmail. Tutti inspiegabilmente inaccessibili in Cina a poche ore dal malaugurato anniversario che ricorre domani, scrive The Times. Ma per fortuna la censura cinese non arriva a stringere le maglie della Rete oltre i propri confini. Negli ultimi giorni sono infatti tornati a parlare gli eroi di quelle proteste che volevano essere pacifiche. Il più agguerrito è Wang Dan, che è stato uno dei leader studenteschi dell'Università di Pechino e uno dei 21 ex studenti 'most wanted' dal regime cinese. Dopo la repressione fu incarcerato due volte per un totale di oltre quattro anni, finché riuscì a scappare in esilio negli Stati Uniti. In questi giorni ha rilasciato diverse interviste, visibili online, in cui spiega cosa fu Tiananmen e svela le debolezze del 'fenomeno Cina'. "Credevo allora e credo ancora oggi che le riforme chieste da me e dai miei compagni siano la sfida centrale che può tracciare il destino odierno della Cina", spiega Wang. Vent'anni sono passati dalle proteste e durante questo tempo la Cina è cambiata molto, continua, "grazie alle riforme economiche molte persone hanno potuto cambiare la loro vita e uscire dalla povertà, ma le questioni sollevate dal movimento di piazza Tiananmen rimangono ancora irrisolte: corruzione, diritti dei lavoratori, libertà di parola e il bisogno di riforme per andare incontro alle necessità di una popolazione di 1,3 miliardi di persone". "La crescita economica della Cina non ha portato la libertà", aggiunge. Anzi il presidente Hu Jintao, come Deng Xiaoping e Jiang Zemin prima di lui, ha invocato lo sviluppo economico per giustificare la repressione delle proteste di Tiananmen e la politica del partito unico". Wang ricorda poi l'importanza del manifesto pro-democrazia chiamato 'Carta 08', che ha iniziato a circolare in Rete, guarda caso, nel dicembre dello scorso anno e "ha già raccolto migliaia di firme, nonostante gli sforzi del governo di Pechino di censurarla e punire gli autori". Ennesima prova che la 'mano longa' delle autorità cinesi non riesce a bloccare la voglia di libertà che si insinua nel mondo virtuale e viaggia rapida nel mondo. Purtroppo, ricorda il dissidente cinese, il promotore di Carta 08, Liu Xiaobo, anch'egli leader delle proteste del 1989, è stato arrestato in dicembre e si trova ancora in carcere senza un capo di imputazione definito. Oltre a quella di Wang, online si trovano molte testimonianze di ex studenti, come quella di Yang Jianli, che oggi vive a Boston, e a cui è stato negato il visto d'ingresso a Hong Kong, sua città natale. Yang voleva poi recarsi a Pechino per commemorare l'anniversario con altri attivisti. E c'è poi chi come Cui Weiping non prese direttamente parte alle proteste, ma oggi si sente in dovere di parlare perché non potrà mai dimenticare i pantaloni insanguinati del marito quando la notte di vent'anni fa tornò a casa con l'orrore negli occhi. Cui, che vive ancora a Pechino, a metà maggio aveva postato sul suo blog la domanda provocatoria: "Vogliamo continuare ad andare avanti con questo silenzio?". I censori hanno subito rimosso la frase, ma questa è riapparsa in altri siti e continua ad essere ripresa ogni volta che Pechino cerca di riportare il silenzio sulla Rete.

Cep

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