Sabato 13 Giugno 2009

Cassazione; Conoscere un boss non vuol dire essere mafioso

Roma, 12 giu. (Apcom) - Conoscere un boss della mafia non è opportuno ma non basta per essere condannati come mafioso. E anche chi avesse avuto qualche affare in comune con esponenti della criminalità, bisogna andare cauti prima di passare all'etichetta di affiliato alla mafia. La Cassazione fa il punto sulle "amicizie pericolose" e distingue tra rapporti che giustificano le misure di prevenzione antimafia e frequentazioni che possono servire come riscontri in un processo. Ma in nessun caso l'amicizia, per quanto scomoda, può diventare essa stessa prova di colpevolezza. Perciò i giudici della sesta sezione penale della Corte hanno annullato la condanna nei confronti di due persone accusate di appartenere alla mafia di Sciacca, in provincia di Agrigento. La Corte d'appello di Palermo aveva invece affermato che le frequentazioni, i contatti, i rapporti che i due avevano con esponenti della cosca erano elementi sufficienti per ritenere il loro inserimento "nel sodalizio criminoso". Un'argomentazione che alla Corte non è piaciuta. La sentenza 24469 ha dunque annullato con rinvio la decisione di secondo grado specificando che "le semplici frequentazioni per parentela, affetti, amicizia, comune estrazione ambientale o sociale" non possono diventare una prova sufficiente per individuare l'affiliazione alla mafia. Ma la Cassazione va anche oltre, dichiarando che non bastano nemmeno "rapporti d'affari", a patto però che siano occasionali e giustificati da situazione contingenti. In particolare, scrive la Corte, non possono essere prova "rapporti di affari occasionali o sporadici contatti, soprattutto in occasione di eventi pubblici come cortei, feste, funerali" e in special modo quando ciò avviene "in contesti territoriali ristretti". La sentenza della Cassazione tuttavia si preoccupa di non svalutare quella che in gergo tecnico si chiama "prova logica", cioè la possibilità che ha il giudice di basare le proprie valutazioni su elementi logici, il cosiddetto "libero convincimento". Perciò la Corte aggiunge che se è vero che i contatti occasionali possono essere presi in considerazione per le indagini "quando la personalità dei soggetti fornisca concrete ragioni sull'illiceità dell'attività svolta in comune", non possono però "essere valorizzati come prove indirette o logiche". In pratica la Cassazione delinea una sorta di gerarchia delle frequentazioni inopportune. Si passa così dal contatto casuale al rapporto di conoscenza ma giustificato dall'ambiente ristretto, attraverso la frequentazione in occasioni mondane per finire con "frequentazioni e contatti abituali o connotati da significativa reiterazione, non giustificata da convivenza in contesti territoriali ristretti". In quest'ultimo caso, secondo la Corte, non si può mai parlare di prove ma ci troviamo però di fronte a "riscontri da valutare". Infine la sentenza ricorda che c'è differenza tra le misure di prevenzione antimafia, per le quali sono richiesti elementi indizianti meno rigorosi, per così dire, e condanne penali vere e proprie. "La giurisprudenza di questa Corte - scrive la Cassazione - ha legittimato l'utilizzazione delle frequentazioni con pregiudicati come indizi di pericolosità ai fini dell'applicazione di misure di prevenzione, ma ha sempre valutato con estrema prudenza l'utilizzazione della frequentazione di soggetti mafiosi come indizio di appartenenza mafiosa". Infine però, tentando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, la Suprema Corte aggiunge che "il principio del libero convincimento consente di desumere la prova di un patto sociale criminoso attraverso ogni elemento che possa considerarsi sintomatico del pactum sceleris". Insomma, va bene essere sospettosi ma senza cadere nel pettegolezzo soprattutto quando gli imputati vengono da un paese piccolo dove, come è noto, la gente mormora.

Roo

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