Siti a luci rosse,prosciolto provider: non sfrutta prostituzione

Siti a luci rosse,prosciolto provider: non sfrutta prostituzione Avvocato Sant'Ippolito: "Sentenza storica per il web"

Siti a luci rosse,prosciolto provider: non sfrutta prostituzione
Roma, 17 set. (Apcom) - Il provider che fornisce servizi di registrazione nome e dominio, o di manutenzione di siti a luci rosse, o anche il titolare dei un indirizzo internet che ospita banner a pagamento per contenuti hot, non sono responsabili di concorso del reato di sfruttamento della prostituzione on line. Forse per la prima volta in Italia un giudice ha affrontato e risolto così il tema delle responsabilità penale di quello che nella realtà del world wide web è denominato come gestore di hosting.In particolare sono cadute le accuse nei confronti del rappresentante legale di un provider che aveva fornito ad un sito a luci rosse servizi di manutenzione e assistenza. In tema di responsabilità dell'hosting, il giudice dell'udienza preliminare Alfredo Ruocco sottolinea, in sentenza, che non essendo emersi specifici elementi di collegamento tra l'azienda che gestiva il provider e il sito porno "tali da ritenere la sussistenza di un concorso" e "non risultando in particolare, la sussistenza di un profitto economico del primo legato all'utilizzo del sito e delle ragazze 'offerte', ed essendo la sua attività limitata a quella di assistenza e manutenzione degli spazi web concessi ai clienti" va dichiarato il non luogo a procedere per insussistenza del fatto.Nella sentenza, che interpreta le disposizioni previste del decreto legislativo numero 70 del 9 aprile 2003, viene affermato, in pratica, che il provider non può essere considerato responsabile del concorso nel reato "se non si prova che abbia avuto un vantaggio economico diretto dalle attività presenti sul sito incriminato". Cade, quindi, l'obbligo di sorveglianza, ragionano i difensori. Il gup, comunque, ha ribadito nel provvedimento la responsabilità del provider che "sia effettivamente a conoscenza del fatto che l'attività o l'informazione è illecita e, non appena a conoscenza di tali fatti, su comunicazione delle autorità competenti, non agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l'accesso".Basta, in sostanza, la prova dell'assoluta estraneità del provider alle attività del titolare del sito per escludere la responsabilità penale dell'imprenditore telematico. L'avvocato Fulvio Sarzana di Sant'Ippolito, difensore del provider che aveva registrato il dominio e che ospitava il banner pubblicitario, ha spiegato: "La sentenza è di assoluto rilievo perché interpreta in maniera corretta le norme comunitarie e nazionali sulla responsabilità degli intermediari, escludendo in radice le derive restrittive delle norme che vorrebbero il provider assumere la veste di poliziotto della rete".

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