«Quella sentenza, che beffa Così diciamo addio ai sogni»
Giuseppe e Cristina

«Quella sentenza, che beffa
Così diciamo addio ai sogni»

Due insegnanti e le conseguenze della sentenza del Consiglio di Stato sui diplomi magistrali.

L’illusione di aver ottenuto, dopo anni di sforzi e sacrifici, il posto fisso è durata poco più di un anno: Cristina e Giuseppe, entrambi insegnanti alla scuola primaria di Comun Nuovo, sono due dei docenti «colpiti» dalla sentenza del Consiglio di Stato di mercoledì 20 dicembre, quella secondo la quale il diploma magistrale non è abilitante all’insegnamento «Mi sono diplomata nel luglio 1999 – spiega Cristina Matteo, 37 anni, di Bergamo – e mi sono iscritta alla facoltà di Storia, pensando di poter lavorare, in un futuro, con Sovrintendenze e Musei. Allora il mio diploma era considerato abilitante ma, un po’ per ignoranza del sistema, mi sono iscritta alle graduatorie di terza fascia di istituto. Le prime brevissime supplenze nel 2002 e poi, a partire dal 2004 supplenze annuali. Ho iniziato le supplenze quasi per gioco, mentre terminavo gli studi, ma sperando di riuscire a entrare in modo stabile nel mondo della scuola».

Una storia che l’accomuna a Giuseppe D’Avino, che a settembre è diventato suo marito, ma con cui ha condiviso, sotto tutti i punti di vista, anche il precariato. Anno dopo anno, cambiando sede, tipologia di cattedra e materie insegnate, Cristina e Giuseppe hanno scalato la graduatoria e ottenuto un posto di ruolo. Parallelamente era iniziata anche la vicenda giuridica che li ha tenuti con il fiato sospeso fino a mercoledì. «Sentenze – continua lei –, ricorsi, pronunciamenti di Tar e Consiglio di Stato, fino ad arrivare al maggio 2015. Quell’anno, a distanza di una settimana dall’altra, due sentenze su basi identiche hanno avuto esito completamente diverso: la prima ha avuto riscontro positivo, la decisione sulla seconda (che interessava me e mio marito) è stata rimandata. Di rinvio in rinvio siamo arrivati a questo pronunciamento in cui vedo lo zampino della politica. E a questa nuova doccia fredda».

Nel frattempo Cristina aveva ottenuto il posto di ruolo, il 14 febbraio 2016, aveva superato brillantemente l’anno di prova e pensava di poter essere un po’ più tranquilla. Esattamente come suo marito. «Convinti che tutto potesse andar bene – dice – l’8 settembre abbiamo deciso di sposarci. Abbiamo tanti bei progetti, che a questo punto sono da ridimensionare. Entrambi lavoriamo all’Istituto comprensivo di Zanica, nel plesso di Comun Nuovo: molti dei nostri colleghi sono nelle stesse nostre condizioni. Abbiamo centrato la nostra esistenza sulle supplenze a scuola, scegliendo di concentrarci sulla scuola primaria, per non disperdere il punteggio tra primaria e secondaria perché entrambi avremmo potuto partecipare alle classi di concorso di Storia (io) e di Musica (lui). Questa è l’ennesima beffa che arriva dopo moltissimo stress e una violenza psicologica difficile da spiegare». Per Cristina e Giuseppe si prospetta un ritorno alle supplenze, in attesa che lo scenario cambi. «Non sappiamo come potrà essere risolta questa situazione: un’ipotesi potrebbe essere la soluzione di tipo politico, che credo difficilmente arriverà. Resta la possibilità, se ci verrà data, di partecipare a un concorso, quando verrà indetto. Per ora ci stiamo organizzando per partecipare alla grande manifestazione a Roma del prossimo 8 gennaio».

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