Centro servizi, 30 anni di sprechi Tutte le ipotesi naufragate - Video

Centro servizi, 30 anni di sprechi
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In 30 anni di storia il centro servizi al confine tra Bergamo e Azzano San Paolo è stato proposto per sede di qualsiasi cosa: dall’accademia della Polizia locale fino alla moschea.

«Nella nuova struttura saranno occupati, inizialmente, circa 700 impiegati. I posti di lavoro poi dovrebbero salire a 900». Così si legge su L’Eco di Bergamo di mercoledì 15 giugno 1988, 30 anni fa. Di impiegati nel centro servizi al confine tra Bergamo e Azzano San Paolo non se ne vede nemmeno uno. Al massimo qualche writer che sperimenta nuovi colori. Il colosso è lì, abbandonato, a marcire. Già in lontananza si nota la desolazione. Poi avvicinandosi sempre più si rimane senza parole, guardando una così grande struttura, in balia del degrado.

Dopo anni di silenzio, Fintecna, la società del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti che è proprietaria della struttura, si è fatta di nuovo viva con il Comune di Bergamo, per cercare un’intesa che possa in qualche modo rendere nuovamente appetibile l’enorme edificio di 5 piani che nelle intenzioni originarie del Ministero delle Finanze avrebbe dovuto ospitare funzionari statali per il controllo dei 730 e 740 di mezza Lombardia. Nulla di tutto questo, come i bergamaschi sanno da sempre, si è mai realizzato. Così come nel dimenticatoio sono finite le tante ipotesi di riconversione dell’area avanzate negli ultimi 20 anni: accademia della Polizia locale, nuova dogana, negozi, la nuova moschea, altri uffici statali. Tutto si è concluso con un nulla di fatto, nel segno dello spreco.

Ecco la pagina de L’Eco del 15 giugno 1988 in cui si annuncia la costruzione del centro servizi.

Quello che lascia esterrefatti è l’estrema facilità nell’entrare, accompagnata però da un enorme pericolosità. Per raggiungere il Centro Servizi, percorriamo via Portico fino ad arrivare dietro alla “Grande Armeria Bergamasca”, dove parcheggiamo. Una volta lì i modi per avere accesso allo stabile sono due: il meno pericoloso è scavalcando una recinzione neanche troppo alta. Ma il più utilizzato sembra che sia quello più pericoloso: lo deduciamo dal fatto che nel vicino prato c’è una trave in legno che facilita la salita su un muretto. Una volta saliti bisogna attraversare un altro muretto aggrappati con le mani ad una recinzione e sotto di noi c’è uno strapiombo. Basta una mossa sbagliata per cadere e finire male. Siamo solo all’inizio perché una volta dentro troviamo molti pezzi di vetro sul terreno. Caderci sopra è facile e la molta sporcizia a terra non aiuta.

Prima di entrare all’interno dell’immensa struttura, sono moltissimi anche i rischi di cadere nei numerosi buchi presenti. Le scritte presenti sui muri dominano la scena e, insieme ai vestiti abbandonati, ci fanno comprendere che il posto è frequentato da molte persone. C’è anche un giaciglio di fortuna con giubbotti, scarpe, pantaloni e sacchetti. Qualcuno, quindi di recente ci ha anche dormito. Continuiamo il nostro “viaggio” e, praticamente dappertutti a terra, troviamo lana di vetro e cartongesso, dal soffitto compiano degli spuntoni di ferro. I piani sono quattro ed al centro di ogni stanzone c’è un grosso buco quadrato, se ci si sporge incuriositi si rischia di cadere ed una caduta sarebbe fatale e ci costerebbe la vita.

Ma le pericolosità continuano e ce ne accorgiamo non appena iniziamo a salire le scale, che non hanno corrimani o protezioni e, soprattutto col buio (che con molta probabilità è l’orario in cui ragazzini o i senzatetto si intrufolano con più facilità), è molto facile perdere l’equilibrio e precipitare. Sulle scale ci sono anche alcune travi che bloccano il tragitto e per continuare bisogna scavalcarle, rendendo ancora più difficile una salita senza tragici imprevisti.

Arriviamo al secondo piano e le nostre supposizioni vengono confermate: incrociamo due ragazzini. “Non siamo writers, siamo esploratori”, ci dicono. In realtà sembra più che siano lì per fare scritte sui muri ma anche se fossero esploratori, non si rendono conto dei rischi che corrono “esplorando” uno stabile così trasandato. Il buio confonde: all’interno di alcune porte l’ombra fa pensare che ci sia il pavimento ma in realtà sono trombe di ascensori.

Le finestre non esistono e se ci si sporge verso l’esterno dello stabile, dove non ci sono né muri né protezioni, basta un attimo per precipitare. Vittorio Brumotti di Striscia la Notizia ci ha fatto un servizio esplorandolo con la sua bicicletta, andato in onda lunedì sera. Una volta arrivato sul tetto, all’ultimo piano, ha percorso il perimetro della struttura con la sua bici. Speriamo almeno che, come è già successo quando l’ha fatto sulle Mura, questa volta nessuno lo imiti, visto che i rischi all’interno e all’esterno di questo stabile del degrado sono già fin troppi.


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