Bossetti, il genetista che analizzò il Dna «Un altro  Ignoto 1? Impossibile» - Video
L’arrivo in Tribunale del genetista Carlo Previdere, primo a destra (Foto by Bedolis)

Bossetti, il genetista che analizzò il Dna
«Un altro Ignoto 1? Impossibile» - Video

Si è conclusa nel tardo pomeriggio del 20 novembre la 16a udienza del processo a Massimo Bossetti, muratore di Mapello accusato del delitto di Yara. In aula il genetista Carlo Previderè: «Potrebbe essere scovata una persona con il Dna di Ignoto 1, in pratica il suo gemello biologico, se ci fossero 330 milioni di miliardi di pianeti popolati di 7 miliardi di abitanti com’è la Terra».

Il professor Previderè, dell’Università di Pavia, e la sua assistente Pierangela Grignani attraverso l’analisi del Dna nucleare nel giugno 2014 stabilirono il rapporto di maternità tra Ester Arzuffi e Ignoto 1 e successivamente analizzarono il profilo genetico di Massimo Bossetti, estratto dal boccaglio dell’etilometro con cui il muratore era stato sottoposto dai carabinieri a un finto controllo stradale.

Il confronto diede piena corrispondenza tra il Dna del sospettato e quello trovato sugli slip e sui leggings di Yara. Un risultato che ha spalancato le porte del carcere per Bossetti e che tuttora resta l’elemento decisivo per tenerlo ancorato alla pesantissima accusa di essere l’autore dell’omicidio di Yara.

L’arrivo di Massimo Bossetti

L’arrivo di Massimo Bossetti
(Foto by Beppe Bedolis)

In aula presente come sempre Bossetti, in jeans e maglione bianco, così come la sorella dell’imputato. Previderè ha deposto insieme alla sua assistente Grignani e i due hanno ripercorso le varie tappe della loro indagine. Per la sua complessità, diciamo sinteticamente - ma i numeri sono assolutamente decisivi - che Ester Arzuffi è la madre di Ignoto 1 al 99,9999% e che potrebbe essere scovata «una persona con il Dna di Ignoto 1, in pratica il suo gemello biologico, se ci fossero 330 milioni di miliardi di pianeti popolati di 7 miliardi di abitanti com’è la Terra». In pratica è più che impossibile.

C’è una «corrispondenza perfetta», secondo Previderè e Grignani, tra il Dna estratto con lo stratagemma del boccaglio per l’alcoltest effettuato a Massimo Bossetti e quello che già gli inquirenti possedevano da tempo di Ignoto 1, l’aggressore di Yara Gambirasio. E la loro conclusione arriva sulla scorta di un Dna «di ottima qualità» e che non avrebbe offerto «problemi di interpretazione» a nessun biologo.

E quello dei legali dell’imputato, Salvagni in primo piano e Camporini alle sue spalle con gli occhiali da sole

E quello dei legali dell’imputato, Salvagni in primo piano e Camporini alle sue spalle con gli occhiali da sole
(Foto by Beppe Bedolis)

Quanto al fatto che nella traccia 31G20, ovvero quella in cui c’è il Dna di Bossetti, non è stato rintracciato il mitocondrio, Previderè non ha dato una spiegazione assolutamente scientifica, che non c’è, ma ha parlato di vari studi che dicono che il mitocondrio sia di difficile identificazione in una traccia mista, come quella in cui è stato individuato il Dna di Bossetti. Ma ha precisato, come già aveva sottolineato nella scorsa udienza il genetista Giardina, che la mancanza del Dna mitocondriale non inficia minimamente il risultato.

La testimonianza del professor Giorgio Casali, altro consulente della Procura e che lavora al San Raffaele, ha invece rasentato il «simposio», per sua stessa ammissione. Era incaricato di tracciare l’intero genoma di Ignoto 1 e si trovò ad affrontare la mancata corrispondenza tra il Dna nucleare di Bossetti con quello mitocondriale, che invece a Bossetti non apparteneva. Per lo scienziato, questo può essere attribuito a eteroplasmia, ovvero alla possibilità che un individuo possa presentare, anche nella stessa cella, due genomi mitocondriali diversi. Entrambi i Dna mitocondriali apparterrebbero a Yara.

Su quel Dna non identificato, e che non è di Bossetti, i suoi difensori non accennano a demordere: saranno problemi che dovrà risolvere la Corte d’assise con una perizia collegiale, hanno ribadito. Intanto buttano un sassolino nello stagno: perché non si è indagato su una formazione pilifera che fu trovata tra il terreno e il cadavere che appartiene a una persona che ha lo stesso cognome dell’ insegnante di ginnastica di Yara, Silvia Brena, il cui Dna fu trovato sul giubbotto della ragazza? Silvia Brena, intercettata e sottoposta a altre indagini, risultò estranea alla vicenda.


Leggi di più su L’Eco di Bergamo in edicola il 21 novembre

© RIPRODUZIONE RISERVATA