Mercoledì 29 Settembre 2010

Un minuto con Dante Alighieri
L'amico mio, e non de la ventura

L'AMICO MIO

IF II,  61 ss.


L'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che volt'è per paura.


Quando Beatrice scende dal cielo e raggiunge nel Limbo Virgilio, scegliendo lui come soccorritore e guida per Dante, lo presenta come «l'amico mio» ed aggiunge «e non de la ventura». Curiosa questa definizione: Beatrice non usa il termine «il mio compagno», oppure «il mio uomo» ma «il mio amico» che significa comunque, secondo l'etimologia del termine, «colui che mi ama».

E fin qui, va beh, si tratta di un'espressione comunque chiara. Ma l'aggiunta «e non de la ventura» è interessante: cosa significa esattamente? Naturalmente anche in questo caso, i critici si dividono: secondo alcuni significa che mi ama disinteressatamente, non per la mia fortuna, cioè per la mia condizione, finché le cose vanno bene. Verrebbe da dire: perché sono bella, attraente, ricca, famosa...

Secondo altri sta ad indicare invece la condizione infelice di Dante che continua ad amare Beatrice nonostante egli non si trovasse nella «buona ventura», cioè nella buona sorte. In entrambi i casi l'espressione allude ad un amore capace di mantenersi saldo nel tempo, fedele, e sappiamo bene quanto sia affascinante ed impegnativo amare così.

Enzo Noris

a.ceresoli

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