Lunedì 07 Febbraio 2011

I volti del camaleonte Mick Jagger
in mostra al Forma di Milano

Ragazzo bello ed elegantemente mascalzone, già consapevole di una posizione mediatica privilegiata. Adulto ancor più bello e trasgressivo quanto basta per dettare una moda, non certo per guidare una rivoluzione: lui un momento dopo è oltre quella stessa moda e così narciso da fare la rivoluzione da solo. Sul velluto. Effeminato. Virile. Seminudo e Jimi Hendrix. Nudo e barbuto. Travestito. Mascherato. Sfrontato. Provocante. Tigre e regina. In gessato e Borsalino, duro, leggermente accigliato, un po' Humphrey Bogart un po' Leonard Cohen nella maturità.

Mick Jagger come non l'avete mai visto quando sgambetta tarantolato sul palcoscenico alla testa dei Rolling Stones. Là è tutte queste anime messe insieme. Là e fuori di là basta un unico segno a distinguerlo e farcelo riconoscere: la sensualità delle sue labbra carnose, quella bocca divenuta simbolo della band inglese e ridisegnata da Andy Warhol con la madre di tutte le linguacce, ma anche sulla copertina dell'album «Love you live» (1977) e in diverse altre situazioni.

Mick Jagger non è «solo» la voce inconfondibile del gruppo che ha fatto la storia del rock. Mick Jagger è l'artista camaleonte. «È universale», scrive François Hébel, curatore di «Mick Jagger, The Photobook», la retrospettiva che racconta la carriera (ma potremmo più semplicemente dire la vita) della rockstar attraverso l'obiettivo di trentatré grandi fotografi, dai primi anni Sessanta a oggi. Sono gli ultimi giorni per visitarla al Forma di Milano (fino a domenica 13 febbraio), straordinaria testimonianza di un uomo diventato icona di stile e di costume, disinvolto nel giocare con l'ambiguità del proprio fascino.

C'è un chiaro compiacimento nello sguardo di Jagger, incarnazione di un carisma corteggiato da artisti, fotografi, stilisti, intellettuali d'ogni sorta. E pensare che quando esplose, dirompente, il fenomeno Rolling Stones, le madri inglesi (e non solo loro) tremavano all'idea che le figlie andassero ad assistere ai concerti. Il valore della mostra ha una dichiarata pretesa storica: Hébel lungo i 70 scatti scelti ha voluto ripercorrere cinquant'anni di ritratto fotografico. Ed è sufficiente quell'unica faccia che cambia, quella personalità che si trasforma, sempre nuova, diversa, controcorrente.

Nasce così e si sviluppa il legame, oggi indissolubile, che unisce personaggio e immagine. Fino allo choc delle foto degli anni Novanta di Albert Watson e Anton Corbijn, che reinventano un Mick Jagger dal muso felino (solo occhi e labbra ci svelano che è lui) o en travesti (sul set del film «Bent»), dove richiama vagamente quanto non volutamente una giovane regina Elisabetta: più dell'abito e dei gioielli, la somiglianza traspare dal rossetto marcato sulla bocca, dalle sopracciglia e dall'acconciatura, non certo dal viso scavato. Provocazione artistica e teatrale che suggella un percorso tutto in posa, perché nessuno scatto è rubato.

Se lo choc è il sentimento culminante di Photobook, diventa il filo conduttore dell'esposizione allestita in contemporanea nelle sale adiacenti e anch'essa dedicata ai volti: «Nel tuo sguardo: 716 ore, 3.090 occhi ritratti alla presenza di Marina Abramovic». Qui lo choc scaturisce dalla reazione psicologica del pubblico alla performance dell'artista serba al Moma di New York, tra marzo e maggio 2010, documentata dal fotografo Marco Anelli. Emozionante, commovente. Andate a scoprire perché.

Orari e biglietti
Le mostre di fotografia «Mick Jagger, The Photobook» e «Nel tuo sguardo: 716 ore, 3.090 occhi ritratti alla presenza di Marina Abramovic» allestite al Forma di Milano (piazza Tito Lucrezio Caro 1) chiuderanno i battenti domenica 13 febbraio. Orari d'apertura: tutti i giorni dalle 10 alle 20, giovedì e venerdì fino alle 22, lunedì chiuso. Biglietti a 7,50 euro, ridotto 6 euro, scuole 4 euro. Info: www.formafoto.it , tel. 02.58118067.

Andrea Benigni

m.sanfilippo

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