Martedì 20 Dicembre 2011

Danilo Sacco lascia i Nomadi
«Ma prima suono a Bergamo»

Per Danilo Sacco questa è l'ultima corvée con i Nomadi: il 2 gennaio prossimo scenderà dal palco ed uscirà dal gruppo per sempre, in amicizia. Dopo quasi vent'anni di concerti, dischi, esperienze fatte a tu per tu con la gente nomade, il cantante e compositore molla il colpo. Quello di stasera al Creberg Teatro è il suo ultimo concerto nella Bergamasca, come voce dell'inossidabile band di Beppe Carletti (inizio ore 21; biglietti ancora disponibili).

«Mi piace cucinare e so fare il sushi molto bene, ma non è per questo che lascio gli amici. La decisione è nata dopo l'infarto, poi è giunta a maturazione pian piano. Sono cambiato, è inutile negarlo. Non so se in meglio o in peggio. Quando ti succedono cose del genere ti viene paura. E allora mi sono fatto delle domande. Ora sto benissimo, ma quando ti capita un fulmine del genere ti chiedi: ho fatto tutto quello che avrei voluto? E cambia la prospettiva completamente. Quando sali sul palco sei un punto di riferimento, ti senti invincibile, poi ti accade qualcosa e sei completamente indifeso. Così mi sono detto: adesso è meglio se ci fermiamo un attimo, al di là del lavoro meraviglioso che ho fatto e spero di continuare a fare. Mi sono reso conto che non ci sono solo gli studi di registrazione e il palco nella vita; c'è anche altro. Questo con tutto il rispetto nei confronti di chi fa qualsiasi lavoro. Nella vita ho fatto anche l'operaio, il bracciante. So cosa vuol dire e so anche che fare il musicista è il lavoro più bello e privilegiato che esista. Però sento che è il momento di fermarsi».

Ma la musica non esce dalla sua vita? «I Nomadi sono un bellissimo movimento d'idee, ma richiedono giustamente il cento per cento dell'impegno. Onestamente non credo che la musica uscirà dalla mia vita, anche perché penso sia taumaturgica, un po' per tutto, al momento però non è una priorità. Non credo che smetterò di suonare. Giusto oggi, nel mio studio, sistemando dei cablaggi mi ha preso un entusiasmo incredibile. La musica è ancora dentro di me, ma ho bisogno di qualche mese di riflessione. D'altra parte se c'era una cosa che non volevo accadesse, era salire sul palco di un gruppo importante come i Nomadi, non più motivato. Andare in scena timbrando il cartellino non sarebbe stato da me».

Prima dei Nomadi c'è stata l'esperienza della Comitiva Brambilla, poi ha fondato un altro gruppo, Radio Tesla, ama il folk-rock, ha scritto un sacco di canzoni; dopo la riflessione quale sarà la strada che imboccherà? Pensa ad una sua band o ad una dimensione solistica? «In questo momento penso e non penso. Ho bisogno di non avere la musica nella testa, ma qualcosa dovrò fare. Non posso permettermi di stare con le mani in mano; del resto non se lo può permettere nessuno. Le idee comunque non mancano. Per ora ho cominciato a scrivere. Ho diverse cose in testa per dei lavori teatrali, e sto lavorando con un amico ad una colonna sonora. Ma dovessi dire cosa farà domani, francamente, non lo so. Sì, penso ad un gruppo, ma che tipo di musica suonerò non saprei proprio. Non ho pronto nessun disco. Ho solo piccole idee che ronzano nella zucca, ma chiedono tempo».

In passato ha già affrontato la pagina bianca? «Sì, ho scritto un romanzo breve inserito nel libro "C'è posta per Dio". Sono un appassionato di fantascienza, quella degli anni d'oro, dagli anni Quaranta ai Sessanta, Settanta. E ogni tanto mi cimento con le difficoltà del racconto, del romanzo breve. Concentrare una storia in dieci pagine non è facile. È una cosa molto Zen: con poco dire tanto. Ho qualche racconto nel cassetto». Cosa le hanno lasciato i Nomadi in questi diciannove anni? «Tutto direi. Con loro sono cresciuto, sono diventato grande: ho capito quello che si deve fare e quello che non si deve fare. Ho smussato qualche difetto, ho fatto tanti errori, sono maturato. Ho conosciuto persone meravigliose; ho viaggiato e incontrato personalità che pochi hanno la fortuna d'incontrare, il Dalai Lama, ad esempio».

Quell'incontro le ha cambiato la vita? «Nel 1995 avevo trent'anni. Vado in India e mi trovo davanti agli occhi una situazione che manco credevo possibile. Sapevo che un essere umano poteva morire di fame, ma averne la percezione fisica è un'altra cosa. E allora cerchi di andare avanti e di cambiare qualcosa nel tuo piccolo. I Nomadi mi hanno insegnato anche a non avere gli occhi foderati di prosciutto».

Ugo Bacci

e.roncalli

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